

Europa (quinta parte) Lo spirito dell'Europa |
E' giocoforza tornare ancora sul nostro discorso riguardo all'Europa, aggiungere ancora una “quinta parte”, perché la rivendicazione della priorità europea in alcune scoperte materiali che hanno determinato il progresso del genere umano, quali i metalli, (forse) l'agricoltura, la scrittura, non è sufficiente. Per contrastare fino in fondo i pregiudizi orientalisti, occorre riscoprire la consapevolezza della grandezza del nostro continente, della nostra cultura, delle nostre radici anche in campo intellettuale e spirituale, riscoprire in una parola lo spirito dell'Europa. In via preliminare, però, perché il discorso abbia senso, occorre stabilire di cosa stiamo parlando, a quale delle diverse, possibili idee di Europa faccio riferimento, in quale mi riconosco; ed allora diciamolo subito: l'Europa NON E' la UE, Maastricht, Schengen, Strasburgo, quel modello di Europa che i santoni della UE ed i padroni della BCE cercano a tutti i costi di imporci: un'Europa sradicata, mondialista, senza identità, sponda orientale della globalizzazione “made in USA”. Io non vorrei ora indulgere oltre misura al gusto dell'auto-citazione, ma in un articolo di un paio di anni fa, comparso sia su Celticworld, sia sul sito dell'Associazione Bibrax, “The Celts are coming” in cui ho raccontato il mio lungo, complesso avvicinamento al mondo celtico, la mia auto-iniziazione oserei dire, avevo scritto: “Capita che nel corso dei secoli, in un'Europa dominata dai Latini e dai Germani, cui in un secondo momento, ne mescolamento dei rapporti determinato dalle invasioni e dalle migrazioni che hanno aperto la porta all'Età di Mezzo si sono aggiunti gli Slavi, quelle celtiche sono identità etniche sopravvissute, minoritarie, di comunità che per secoli hanno dovuto difendersi dall'aggressività maggioritaria degli stati – nazione centralizzati: Irlandesi, Scozzesi e Gallesi nelle Isole Britanniche, Bretoni in Francia, Asturiani e Galiziani nella Penisola Iberica. Qui scatta, per le persone dotate di sensibilità morale, l'istintiva solidarietà che ci spinge ad essere dalla parte del dominato contro il dominatore, con l'oppresso contro l'oppressore. Siamo tutti Celti così come all'epoca della Guerra Fredda sull'esempio di John Kennedy eravamo tutti berlinesi. Nello stesso tempo, però, in questo riconoscersi Celti c'è qualcosa in più. Queste testarde identità scozzese, irlandese, gallese, bretone, asturiana, galiziana non sono solo un residuo del passato, ma un modello per l'avvenire, poiché oggi ed ancor più in futuro rischiamo e rischieremo di essere travolti come identità, culture, tradizioni, appartenenze, nel mare magnum di una globalizzazione planetaria che tutto appiattisce. Il radicamento in una cultura, in una tradizione, in un'identità forte non è una gabbia che imprigiona l'uomo ma uno scheletro che lo sorregge, la premessa di quella libertà che non è solo assenza di costrizioni esteriori, ma deriva dal sapere ciò che si è, cosa si vuole e dove si sta andando. Libertà: parola profondamente cara all'uomo celtico, condizione dell'esistenza indispensabile come l'aria che si respira, e da difendere con le unghie e con i denti. Nello stesso tempo, la riscoperta delle radici celtiche è anche qualcosa di più. Poiché siamo entrati in un'epoca nella quale gli stati nazionali devono cedere sempre più il passo, integrarsi in misura sempre maggiore in una realtà super-statale europea, resta da vedere se questa Europa sarà semplicemente quella della moneta unica, dei mercati, dei grandi gruppi multinazionali, un matrimonio d'interesse fra gli stati ed i capitali delle varie parti del continente, oppure fondarsi sul senso di appartenenza dei suoi membri, essere non la cancellazione delle identità ma la scoperta di un'identità allargata. In questo caso, in un'ottica dalla quale storia cultura e tradizione non possono essere lasciate fuori, è giocoforza riscoprire la radice celtica che unifica ed incrocia trasversalmente gran parte delle identità nazionali del Vecchio Continente”. Parole delle quali non vedo alcun motivo di cambiare nemmeno una virgola, e credo diano esattamente il senso dell'Europa che intendo, Europa delle identità, Europa del sangue, della storia, della cultura, i cui punti di riferimento non sono Maastricht o Schengen, ma Altamira, Stonehenge, il Partenone, la Domus Aurea, Chartres. Il defunto pontefice Giovanni Paolo II e, all'inizio del suo pontificato, il suo successore, Benedetto XVI Joseph Ratzinger, hanno insistito parecchio nella proposta di includere nella costituzione europea un riferimento alle “radici cristiane dell'Europa”. Avevano ragione di sostenere che un'Europa senza radici e senza identità non può avere alcun futuro, anche se, naturalmente, avevano torto nell'identificare le radici europee nel cristianesimo, le radici dell'Europa non sono cristiane: sono greche, sono celtiche, sono romane, sono germaniche. Fatica sprecata in ogni caso, il discorso è stato lasciato cadere perché non ha trovato il benché minimo interesse a Strasburgo e nelle altre sedi dove “si fa” l'Europa (o la si demolisce) per mezzo di imposizioni burocratiche senza il concorso dei popoli europei, ed a loro dispetto. Gli affaristi, i banchieri, i burocrati, i “grand comis” della politica che, novelli Frankenstein, hanno assemblato l'Unione Europea così com'è, di radici storiche e spirituali non ne vogliono sentir parlare, perché la loro Europa di radici non ne deve avere, deve essere semplicemente la sponda orientale della globalizzazione e del mondialismo “made in USA” nella quale le identità culturali e storiche dei popoli europei devono essere annegate nel fango della globalizzazione multietnica anche con il meticciato provocato da una massiccia immigrazione dal sud del mondo, di cui si sono poste le premesse impoverendo deliberatamente le economie dei Paesi d'origine dei migranti, un'Europa che è soltanto mercato, un suk multietnico al punto tale che l'unico elemento di differenziazione nei confronti del Medio Oriente islamico è rappresentato dalla tolleranza e – diciamolo pure, incoraggiamento – dell'omosessualità. Un'Europa che tutte le volte in cui agli Europei è stato graziosamente concesso di esprimersi, hanno dimostrato di non volere, e ne fanno testo inequivocabile le solenni bocciature riportate dalla bozza di costituzione europea prima nei referendum francese e olandese, poi, l'anno scorso, riproposta come una minestra riscaldata al punto di essere diventata fetida, nell'analogo referendum svoltosi in Irlanda conclusosi con un'analoga ed ancor più clamorosa bocciatura della carta (straccia) costituzionale che ci vogliono rifilare a tutti i costi. Quanto a noi Italiani, possiamo stare tranquilli, perché i nostri politici – di centrosinistra e di centrodestra assolutamente concordi – hanno già approvato in via preliminare questa contestata bozza costituzionale, non ritenendoci degni di dire la nostra sul nostro futuro, da sudditi e non cittadini, quali ci considerano. Nei miei ormai quasi cinquantasette anni di vita (o, direbbe qualcuno, di questa attuale incarnazione) ho imparato a conoscermi abbastanza bene, e so di essere un terribile bastian contrario: non c'è nulla come il contraddittorio per spingermi ad approfondire i miei punti di vista, a spronarmi all'occorrenza anche alla riflessione ed allo studio. Sempre in “The Celts are coming” ho raccontato quanto è stata cruciale per me una rovente discussione che ebbi con una collega, docente di storia dell'arte, patita “orientalista”, che ebbe il potere di spingermi sulla strada sia dell'approfondimento delle motivazioni alla base del mio “patriottismo europeo” sia di un approccio sempre più ravvicinato alla cultura celtica, cultura dell'Europa assolutamente autoctona se mai ve n'è stata una, indipendente da presunti influssi civilizzatori mediorientali. Mi spiace, ma devo togliervi l'illusione che il possesso di una laurea ed il praticare – od il credere di praticare – l'insegnamento siano di per sé una garanzia di un'intelligenza superiore a quella dei comuni mortali. Non ricordo esattamente come, ma il discorso era caduto sulle staffe, la cui prima apparizione documentata si ritrova fra i Franchi nell'alto medioevo. Arrivando al momento giusto, fu una di quelle invenzioni che cambiano il corso della storia umana; esse, scaricando verticalmente il peso del cavaliere, consentono di avere entrambe le braccia libere per il combattimento; trasformarono la cavalleria franca nella temibile macchina da guerra che a Poitiers spezzò lo slancio conquistatore islamico, impedirono che l'Europa si trasformasse in una propaggine dell'islam. A dire della collega, anche se non c'è nessuna prova al riguardo, anche le staffe dovevano essere un'invenzione orientale, perché fino alla rivoluzione industriale “Gli Europei non avevano mai inventato nulla”. Bastò perché me la mangiassi viva (non aveva un buon sapore), credo di averle gettato in faccia tutto, dai megaliti di Stonehenge (of course) alle pitture di Altamira, dal sistema viario romano ai drakkar vichinghi, alle cattedrali gotiche. Ma se anche volessimo restringerci a considerare solo le staffe e l'episodio di Poitiers, merita di andare a leggersi le cronache di quell'incredibile battaglia: i cavalieri franchi combatterono con una determinazione sbalorditiva in una lotta che durò tre giorni e due notti ed arrestò lo slancio mussulmano che minacciava di sommergere l'Europa, era come se attraverso di loro si fosse materializzata l'anima dell'Europa che non accettava di trasformarsi in un pezzo di islam, di veder cancellata od almeno devastata la propria identità; un eroismo che ha avuto anche altri esempi in circostanze simili, dagli Spartani di Leonida alle Termopili ai Serbi che si fecero fare a pezzi a Kossovo Polje per sbarrare la strada alle armate ottomane. Soprattutto, però, per me quell'episodio fu il punto di partenza di un approfondimento sulle antiche culture europee native, da cui emergeva con chiarezza l'importanza di quella celtica ed il fatto che essa è tuttora oggetto di un'inammissibile sottovalutazione. Le radici dell'Europa sono celtiche ed elleniche, poi romane e germaniche. In età altomedievale un'altra componente, anch'essa importante, si è aggiunta all'ecumene euro-occidentale-mediterraneo, quella slava, ed oggi, diciamolo pure, senza Tolstoj, Dostojewskij, Solgenitsin, la cultura europea sarebbe mutila come se venisse amputata di Dante, Goethe o Shakespeare. Prima di abbandonare il discorso delle “radici cristiane” caro al suo predecessore, di fronte ad una sedicente Europa che di radici non ne vuole, e che a loro volta gli Europei non vogliono, hanno dimostrato di non riconoscersi ogni volta che è stata data loro l'opportunità di esprimersi, Benedetto XVI aveva toccato l'argomento nella “lectio magistralis” di Regensburg, diventata famosa per altri motivi, perché in quella circostanza egli usò un'espressione nei confronti dell'islam ritenuta ingiuriosa che scatenò un putiferio e lo obbligò ad una pronta ritrattazione assai poco conciliabile con il dogma dell'infallibilità papale. Ciò fece passare in secondo piano altri aspetti della “lectio”, a cominciare dal fatto che Ratzinger, con un atteggiamento più aperto del suo predecessore, avesse nominato fra le radici dell'Europa oltre alle “fonti” ebraiche e cristiane anche il “pensiero greco”. Questa ammissione rende ancora più interessante un esame delle tre omissioni delle reali radici dell’Europa: la costruzione politico - giuridico – amministrativa romana, l’immaginario celtico, le tradizioni germaniche di fedeltà e di onore, soprattutto considerato che Joseph Ratzinger non è un curato di campagna casualmente diventato papa, ma un teologo ed uno dei più acuti intelletti che la Chiesa oggi possiede. Che proprio un papa tedesco abbia omesso qualsiasi accenno al contributo delle radici germaniche alla civiltà europea, non è purtroppo cosa che possa stupire: dal 1945 i Tedeschi sono abituati, sono stati costretti con una sorta di schizofrenia indotta, a definire la propria identità in termini di negazione del proprio passato e della propria storia; nondimeno, la concezione germanica dello stato che nasce da rapporti personali fra governanti e governati, da un patto liberamente sottoscritto ma che una volta contratto va osservato con una fedeltà che non ammette deroghe, è alla base non solo del forte spirito identitario che ha caratterizzato il medioevo feudale e comunale, ma, incontrandosi con la paideia greca e l’humanitas latina, ha generato la nostra concezione che accorda alla persona, al singolo, ai suoi diritti, una centralità assolutamente sconosciuta in altre culture. Che anche i Celti in questo discorso rimangano fatalmente ignorati, stupisce ancora meno: dalle radici celtiche abbiamo ereditato il folklore come forma di mitologia popolare, con creature fantastiche come elfi e folletti, ed alcuni miti ancora vivi nella nostra cultura apparentemente scettica e “realistica”: il Ciclo Bretone, Artù, Merlino, Excalibur, il Santo Graal sono presenze ancora vive, simboli ancora forti nella nostra cultura (si pensi solo al successo editoriale che è riuscito ad avere un autore mediocre, Dan Brown, con un romanzo ancor più mediocre, “Il codice Da Vinci”, semplicemente toccando le corde giuste, con riferimenti peraltro pasticciati e mistificati, a questi miti e simboli ancora forti nella nostra cultura, appena sotto lo strato di verniciatura “moderna”): è il residuo maggiore di paganesimo che permane oggi in Europa, che urta frontalmente contro la mentalità cristiana, e proprio per questo è per me una delle ragioni che rendono degna di amore e d’interesse la cultura celtica. Stupisce maggiormente la mancanza di qualsiasi riferimento alla tradizione romana da parte del principale esponente di una Chiesa che si definisce pomposamente e falsamente “romana”. Forse la cosa è più spiegabile alla luce di una riflessione del filosofo Denis De Rougemont, secondo il quale il cristianesimo avrebbe portato in Europa “un terzo mondo di valori”, quelli del profetismo ebraico “difficilmente conciliabili con la misura greca e totalmente contrari a quelli di Roma” (Riflessione che in edizione italiana si trova in uno scritto inserito dalla De Agostini nella voce “Europa” dell'enciclopedia GE20). Da Roma, la Chiesa cattolica “romana” ha ereditato parte della struttura amministrativa e la lettera della sua cultura giuridica e letteraria, uccidendone totalmente lo spirito. “Et facere et pati fortiter romanum est”, è da romani agire e sopportare con fermezza. Il romano affronta le vicende della vita con un senso di equilibrio interiore, non perde il controllo di sé nei momenti favorevoli e non si abbatte nelle sventure; ancora più del greco gli è proprio il senso della misura. Un mio rimpianto docente del liceo ormai scomparso da molti anni, faceva notare come Orazio traduca il “Nun chré methusthen” (“ora bisogna ubriacarsi” di Alceo con “Nunc est bibendum”, il romano “beve”, non “si ubriaca”. A differenza di quelle cristiane, le virtù romane sono virtù civiche: valore e disciplina in battaglia, frugalità e parsimonia nell’amministrazione delle proprie cose, obbedienza filiale, magnanimità e saggezza come pater familias, senso di appartenenza, fierezza di appartenere alla propria civitas ed alla propria stirpe, preoccupazione per i suoi destini, forza d’animo nelle sventure, moderazione nei successi. La virtus romana non è la “virtù” cristiana, viene da vir, e significa appunto in ogni circostanza riuscire ad essere e sapersi comportare da uomini. Del concetto antico di virtù, curiosamente rimane una traccia negli erbari, nei bestiari, nei lapidari medievali, laddove si parla delle “virtù” delle piante, degli animali, dei metalli: “virtù” significa portare alla massima estrinsecazione, sviluppare ciò che è conforme alla propria natura; è un’idea esattamente opposta a quella del cristianesimo che implica l’andare contro la propria natura che si suppone corrotta dal peccato originale. A questo punto proprio il fatto che Joseph Ratzinger abbia menzionato il pensiero greco nel discorso di Regensburg diventa sospetto. Su cosa si debba intendere per pensiero greco, infatti, esiste quanto meno una grossa ambiguità, forse una mistificazione. Come minimo occorre distinguere fra “la sapienza” greca e “la filosofia” greca o presunta tale. Giorgio Colli, il nostro maggiore studioso del pensiero greco, faceva notare che la parola “filosofia” che significa “amore per la sapienza” fu usata per la prima volta da Platone, ma in Platone essa ha ancora il significato di una sapienza perduta da ritrovare, mentre l’idea “moderna” della filosofia come un sapere mai prima posseduto da inventare ex novo, nasce solo con Aristotele. Ora, si osservino bene i rapporti temporali: con Socrate, maestro di Platone siamo già a dopo la guerra del Peloponneso che è considerata l’evento che pone fine alla civiltà ellenica classica, e con Aristotele che fu il precettore di Alessandro Magno, siamo già nell’ellenismo. In pratica, non considerando la fase sapienziale ma unicamente quella filosofica del pensiero greco, e riducendo tutto quanto sta prima di Socrate nella categoria dei precursori sui quali non è il caso di soffermarsi troppo, con una specie di gioco di prestidigitazione, è proprio il pensiero della grecità classica che è stato fatto scomparire dalla nostra vista. Tra la sapienza ellenica e la “filosofia” ellenistica corre, potremmo dire, la stessa distanza che c’è fra Leonida che si immola alle Termopili con i suoi trecento spartiati per sbarrare la strada ai Persiani, ed Aristotele che si pone al servizio di Filippo II di Macedonia, il re straniero che minaccia l’indipendenza delle città greche. L’aspetto più interessante e forse più rilevante della sapienza greca è il suo contenuto etico, che è bene illustrato da un episodio riguardante Solone, forse il più noto dei Sette Savi della tradizione ellenica. Solone fu invitato alla corte di Creso, il re di Lidia il cui stesso nome è diventato sinonimo di ricchezza. Dopo avergli mostrato i suoi tesori, Creso chiese al saggio greco se riteneva che egli fosse un uomo felice. Solone rispose negativamente, ed allora Creso gli domandò: “Chi conosci tu più felice di me?” Solone rispose citando un qualsiasi cittadino ateniese che aveva onorevolmente servito la sua città in guerra, era onesto e stimato dai suoi concittadini, aveva una moglie fedele e dei figli devoti. Anni più tardi, Creso mosse guerra a Ciro, il re dei Persiani e fu pesantemente sconfitto e catturato. Mentre stava per essere messo a morte, invocò ripetutamente il nome di Solone, avendo finalmente compreso l’insegnamento del saggio greco. Incuriosito da quell’invocazione, Ciro chiese a Creso di che si trattasse, e questi gli narrò dell’incontro avvenuto anni prima con il sapiente greco. Allora il re dei Persiani graziò Creso e lo perdonò, pago di poter godere almeno del riflesso della saggezza di Solone. Vivere secondo virtù è per la Sapienza greca l’unico modo per essere felici, una virtù concepita allo stesso modo della virtus romana come conformità alla propria natura, e l’uomo non è separabile dal cittadino, né la virtù dall’esercizio dei doveri civici. Tale separazione, ci spiegherà più tardi J. J. Rousseau, avviene con il cristianesimo ed è caratteristica di esso. La filosofia presocratica, come abbiamo visto, è il prolungamento della sapienza greca (ma forse dovremmo parlare di filosofia pre-aristotelica, visto che la rottura avviene con Aristotele, ed ancora Platone conserva un valore, uno spessore ed un significato che dopo di lui non si riscontrano più). Democrito sottolinea il valore della libertà per l’uomo: “Preferisco vivere libero e povero in una democrazia, piuttosto che essere uno schiavo ricoperto d’oro sotto una tirannide”. Sotto una tirannide, infatti, non si può nemmeno dire di essere ricchi ma solo degli schiavi coperti d’oro, poiché il tiranno può toglierti in qualsiasi momento quel che ritieni tuo. Naturalmente, fosse vissuto nella nostra epoca, avesse conosciuto le nostre democrazie piene di limitazioni alla libertà di pensiero, nelle quali esiste il reato d’opinione, Democrito si sarebbe reso conto che “democrazia” può ben essere il nome di una tirannide ipocritamente mascherata. La sapienza greca o la filosofia presocratica (la seconda è il prolungamento della prima) sono ben consce della tragicità dell’esistenza in termini tali che il giudizio espresso dal filosofo Denis De Rougemont che le vede “difficilmente conciliabili” con il cristianesimo, è in effetti una sottovalutazione. “Da dove i viventi hanno origine”, spiega un memorabile frammento di Anassimandro, “là essi necessariamente ritornano. Essi pagano l’uno all’altro il fio dell’ingiustizia commessa vivendo”. L’esistenza è una catena ciclica cui i viventi, ossia tutti noi, siamo connessi, destinati a tornare là da dove siamo venuti nell’eterno ripetersi di nascite e morti. Vivere significa commettere ingiustizia, causare e ricevere dolore, un’ingiustizia di cui tutti noi salderemo immancabilmente il conto con il nostro trapasso. Analizzando i concetti espressi, vi troviamo una grande complessità: la vita, l’esistenza, prima di tutto è ciclica; inevitabilmente, prima o poi, ogni cosa deve ritornare a quel nulla, a quel non essere originario dal quale è emersa. Io direi che qui sono avvertibili anche le somiglianze con il pensiero indiano e buddista: la vita come violenza ed il desiderio, l’istinto vitale come causa di sofferenza, che a sua volta costituisce un karma che andrà espiato, e ci dà l’impressione di essere molto vicini ad un originario fondo di pensiero indoeuropeo per ignorare il quale storici della filosofia ed orientalisti hanno dovuto spingere al massimo la settorialità delle rispettive discipline. Questa somiglianza diventa ancor più evidente se consideriamo altri aspetti della filosofia presocratica, ad esempio Anassimene, successore di Anassimandro alla guida della scuola ionia: la sua concezione dell'aria come “arché”, come principio primordiale da cui tutte le cose derivano, è – alla lettera – identica alla concezione indiana del “prana”. Eraclito ha scritto che “Omero ed Esiodo che supplicavano gli dei di dare pace al mondo, non erano consapevoli di pregare per la sua morte”, poiché l’essenza stessa della vita è il conflitto. “La guerra è madre e regina di tutte le cose”; non la guerra che talvolta gli uomini si fanno, ma la lotta incessante tra predatori e prede, la morte di alcuni che è la sopravvivenza per altri, ed è essa a generare le cose ed i viventi, a costruire i tipi più elevati, e pare quasi di toccare con venticinque secoli d’anticipo il concetto darwiniano di selezione naturale. (Non a caso, Darwin è ancora oggi così odiato dai fondamentalisti religiosi). E’ una visione che potremmo definire un nichilismo aristocratico, capace di osservare con occhio lucido tutta la tragicità e la precarietà della condizione umana senza cercare scappatoie soprannaturali, è una visione che presuppone un’umanità sana che riesce ad apprezzare gli aspetti positivi dell’esistenza pur essendo conscia della loro caducità, laddove il cristianesimo vuole l’uomo malato per poterlo “redimere”. In generale, le più antiche scuole filosofiche erano qualcosa di molto diverso da quel che oggi riusciamo ad immaginare, erano comunità nelle quali i discepoli facevano vita in comune sotto la guida di un maestro venerato, seguendo un apprendistato che poteva durare decenni, erano comunità religiose che avevano una parte di insegnamento che poteva essere pubblico, ed una parte esoterica riservata ai discepoli che erano dei veri iniziati, dove ovviamente non esisteva una distinzione fra “pensiero laico” lasciato agli esercizi dei filosofi e concezione spirituale; erano, insomma, sostanzialmente identiche alle scuole vediche dell'India ed alle scuole druidiche del mondo celtico. A mio parere, ciò non avalla per nulla l'idea di una derivazione della filosofia greca “da oriente” e non contraddice minimamente la splendida analisi che di questa questione hanno fatto Giovanni Reale e Dario Antiseri e che ho riportato in una parte precedente di questo scritto, anche perché l'antico pensiero greco mentre presenta queste analogie con l'induismo, non ne presenta affatto con quello di popoli ai Greci più vicini ad oriente in epoca storica: Egizi, Babilonesi, Fenici, Ebrei e tutta la (bella?) compagnia che la storiografia convenzionale modellata sulla concezione cristiano-biblica suppone abbia civilizzato l'Europa per contagio. E coi druidi come la mettiamo, anche loro venivano da oriente? No, qui semplicemente ci avviciniamo ad una concezione del mondo naturale e del sacro, ad un'idea del divino e del posto dell' “uomo sacro” nella collettività i cui fondamenti devono essere stati posti prima della scissione degli Indoeuropei nelle popolazioni greche, celtiche, indiane e tutte le altre ramificazioni, un retaggio primordiale a cui Egitto, Mesopotamia e Palestina non hanno e non possono aver apportato un bel nulla. A partire da Aristotele abbiamo la filosofia nel senso che ci siamo abituati a dare a questa parola, come narcisistico esercizio intellettuale nel quale, come ebbe a dire Cicerone, “riceve maggiore considerazione chi inventa una stranezza nuova, che chi ripete una verità già detta da altri”, la cultura del mondo cosmopolita “globalizzato” ante litteram creato dalle conquiste di Alessandro, dove s’infiltrano sempre più elementi non greci e non europei, i cui fermenti di dissoluzione si attaccheranno come un contagio al mondo romano dopo che quest’ultimo l’avrà politicamente assoggettato, il “terreno di coltura” su cui si svilupperà il cristianesimo. E’ senz’altro questo il “pensiero greco” cui guarda Ratzinger, anche se qui per essere onesti occorre spezzare una lancia (assai piccola, per la verità) in suo favore: questa concezione mistificatoria non è altro che quella che viene comunemente insegnata nei licei. Noi dobbiamo ribadire che le radici dell’Europa, quelle vere: il pensiero greco (quello autentico, non la sua contraffazione ellenistica), Roma, il mondo celtico e quello germanico, non sono cristiane, sono europee. Questo non significa che le diverse radici, le diverse componenti dell'ecumene europeo abbiano avuto lo stesso peso. Greci e Celti, i nostri Celti così spesso misconosciuti, hanno probabilmente avuto un'influenza più determinante di quella di latini e di germani. A paragone di quella degli uomini di altre culture, l'identità europea, l'abbiamo visto, può sembrare indefinita e sfuggente proprio per la sua capacità di rimettere tutto e di rimettersi continuamente in discussione. Vi ho già parlato di quella singolare testimonianza sulle nostre origini che è il “libro sonoro”, il CD “I Celti nell'Alto Adriatico” realizzato dal Circolo Jacques Maritain con la collaborazione del Maestro Raul Lovisoni. Da qui traiamo un'osservazione molto importante: gli archeologi, come sapete, in assenza di documenti scritti, sono costretti a ricostruire il passato basandosi solo sul ritrovamento di oggetti materiali. La rapida espansione celtica, la “fiammata” avvenuta alla metà del I millennio a. C. li ha messi in sospetto: davvero si è trattato di una sostituzione di popolazioni, o la massiccia diffusione della cultura materiale celtica non ci testimonia che popolazioni diverse sono state conquistate non dalle armi ma dal gusto celtico, soprattutto dalla splendida oreficeria? I Celti hanno dato vita ad un'estetica tendente all'universalità mentre (ed in sorprendente coincidenza temporale) i Greci con la filosofia creavano un pensiero tendente all'universalità. Se noi, per fare un esempio, mettiamo a confronto la cultura dell'antico Egitto del 1500 avanti Cristo con quella dell'epoca della conquista di Alessandro, vediamo che mille anni, dieci secoli non hanno prodotto alcun progresso tecnico, ma neppure alcun mutamento sostanziale nello stile artistico o negli usi quotidiani. L'avvicendarsi dei faraoni sul trono dei Due Regni non ha scandito altro che uno scenario immobile, una civiltà di mummie in tutti i sensi, ma considerazioni dello stesso tipo potremmo farle per la Cina, per l'India, per quasi tutte le “grandi civiltà” extraeuropee. E' a Greci e Celti che dobbiamo il dinamismo dell'uomo europeo, la sua capacità di non restare prigioniero della gabbia delle abitudini e dei modi di pensare e di fare inveterati. Oggi l'identità europea appare minacciata come non lo è stata mai nei millenni trascorsi, essa rischia di essere travolta dalla globalizzazione, dalla sudditanza politica alla potenza di oltreoceano che si sta traducendo in un'invasione “culturale” che ha già notevolmente abbassato il livello della cultura europea avvelenandola con rozzi schematismi mediatici, ed oggi anche dal meticciato etnico. Tuttavia, ancora deboli ed incerti come il primo chiarore dell'alba, cominciamo ad avvertire anche i segni di una rinascita. Dai movimenti religiosi neopagani a quelli politici identitari, passando per la passione “celtica” che sembra sempre più espandersi come un contagio, per nulla dire dei movimenti ecologisti dove si è sempre meno lontani dall'attribuire un significato sacrale alla preservazione del nostro pianeta e della vita su di esso. Cominciamo a scorgere la luce in fondo al lungo tunnel: il nostro continente sta cominciando a ritrovare il contatto con le sue radici spirituali. |
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