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Articolo pubblicato il 19/08/10
scritto da "Romnod"
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 Agricoltori, allevatori, marinai

Questo articolo vorrebbe porsi come un approfondimento/completamento del precedente L'origine degli Indoeuropei, e come per il precedente si pone il problema di quale sezione della Celticpedia sia la più idonea dove collocarlo. Di nuovo, poiché non c'è una sezione della Celticpedia dedicata alle origini, forse popoli coevi, sempre considerando che gli Indoeuropei sono stati i progenitori di numerosi popoli loro coevi (oltre che precedenti e successivi), nonché naturalmente degli stessi Celti, è forse la collocazione meno inadatta.

Noi abbiamo visto che riguardo allo stile di vita degli indoeuropei delle origini si confrontano le tesi di Riane Eisler, di Marija Gimbutas, di Gordon Childe e quelle dei linguisti che si richiamano all'ipotesi del nostratico, Aharon Dolgopolskij e Vladislav Illic-Svityc. Per i primi, gli indoeuropei erano allevatori nomadi e guerrieri che avrebbero sottomesso le popolazioni europee di altra origine, per i secondi, agricoltori che avrebbero colonizzato l'intera Europa in maniera pacifica semplicemente spostandosi alla ricerca di nuovi campi. Come abbiamo visto in L'origine degli indoeuropei, entrambe le ipotesi sono in una qualche misura insufficienti a rendere conto di tutte le informazioni che disponiamo, e la verità doveva trovarsi in qualche punto a mezza strada fra di esse.

Agricoltori sedentari e allevatori e pastori nomadi: in realtà fra l'una cosa e l'altra non esiste un rapporto di tipo on/off tutto-o-niente: esistono possibilità intermedie che comprendono l'agricoltura itinerante seminomade, la transumanza stagionale, l'allevamento stanziale. E' anche verosimile che gli Indoeuropei delle origini si siano presto suddivisi in un insieme di popolazioni che possono aver avuto economie e stili di vita diversi.

Per capire come possono essere andate le cose, consideriamo in età storica i Germani: all'epoca di Cesare (I secolo a. C.) costoro erano ancora essenzialmente nomadi, dediti alla pastorizia, all'allevamento, alla silvicoltura, che snobbavano le attività agricole. Cesare ci informa che essi consideravano disonorevole procurarsi con il lavoro ciò che potevano ottenere con il saccheggio e la rapina (e le loro vittime erano spesso i Celti). Tre-quattro secoli più tardi, le cose erano alquanto cambiate: se i Germani orientali, Goti e Longobardi, quelli che saranno poi i protagonisti delle migrazioni e delle invasioni, avevano mantenuto lo stesso stile di vita, a occidente, lungo il Reno, nelle vicinanze del limes romano, le cose andavano in maniera nettamente diversa, e Roma aveva fatto sentire il suo influsso civilizzatore.

Noi non dobbiamo pensare che il limes fosse una barriera impenetrabile; al contrario, era facilmente attraversato da commerci e conoscenze. I Germani occidentali del III e IV secolo d. C. erano ormai abbastanza stanziali e civilizzati, che molti agricoltori gallici si stabilirono ad oriente del limes per sottrarsi all'esosa fiscalità dell'impero romano degli ultimi secoli. I Germani occidentali, i Franchi, erano divenuti agricoltori stanziali e abili artigiani, soprattutto eccellenti metallurghi, e fu la qualità delle loro armi, superiore anche a quella delle legioni romane, che diede loro i mezzi per avere il sopravvento sugli altri Germani e dar vita in età carolingia al Sacro Romano Impero.

Il ferro, ahimè il ferro, fu il lamento dell'ultimo re longobardo Desiderio, scorgendo le armature luccicanti dei Franchi dalle mura di Pavia assediata.

Tuttavia, Un qualche punto a metà strada fra le due tesi non significa una perfetta equivalenza. Dovendo fare una scelta, propenderei piuttosto per le tesi della Eisler, della Gimbutas, di Childe. Il motivo è questo: le popolazioni europee, caucasiche, bianche che presentano una chiara discendenza dagli Indoeuropei, si sono rivelati nei secoli dell'età storica anche eccellenti marinai. In un certo senso, noi possiamo considerare l'attrazione verso il mare, il  navigare necesse est, una conseguenza o una prosecuzione di quell'impulso verso i grandi spazi  che i nostri antenati indoeuropei devono aver acquisito finché non è diventato una parte del loro DNA nel corso di generazioni di esistenza nomadica. La tolda della nave ha, per così dire, sostituito la sella del cavallo.

la propensione per la navigazione, l'amore per il mare sono una sorta di retaggio dell'uomo indoeuropeo, sono propri di quel contesto nel quale pure la civiltà celtica è profondamente radicata, nascono probabilmente dalla tendenza a proseguire, una volta raggiunta la linea costiera, quello stesso movimento di espansione che ha portato i popoli indoeuropei a diffondersi da una sede originaria probabilmente a cavallo tra l'Europa orientale e quello che oggi è il Turkestan asiatico, in tutta l'Europa ed in gran parte dell'Asia.

Se ci pensate bene, nell'antichità, civiltà mediorientali pure grandi, e pure affacciate sul mare come quella egizia e quella mesopotamica, ebbero scarsissima o nessuna propensione marittima. Certo, ci furono i Fenici, ma furono la classica eccezione alla regola.

Babilonesi, Assiri, Ebrei, gli stessi Egizi manifestarono una propensione molto scarsa per il mare, pur essendo popolazioni rivierasche. Gli Egizi guardarono sempre il mare, “Il Grande Verde” con diffidenza, come il luogo minaccioso dal quale potevano provenire stranieri in veste di mercanti per commerciare ma anche di pirati per saccheggiare, o talvolta di invasori, “i popoli del mare” con cui l'Egitto dovette confrontarsi a più riprese, anche perché non pensò mai di dotarsi di una flotta per impedire loro di sbarcare.

Gli stessi Fenici, poi, sembrano essersi adattati alla vita marinara per necessità, ma è significativo, e molto curioso per un popolo antico che aveva scelto la vita sul mare, il loro pantheon non presenta divinità marine.

Fenici a parte, il primo impero marittimo nacque in Europa con i Cretesi minoici, poi ci furono i Greci. Nell'atlantico i Vichinghi, ma le onde dell'oceano furono solcate dai Celti mille anni prima di loro, ed è ai Vendi della Gallia (l'attuale Vandea) che si attribuisce l'invenzione dell'ancora.

I Vendi, chiamati anche Veneti Celti, ebbero per tutta l'età antica una reputazione di marinai ancora più abili dei Celti veri e propri, e ancora qui, da queste regioni fino a tutto il XVII secolo la Francia traeva i propri equipaggi migliori.

Salta subito alla mente il parallelo con i loro “cugini”, i Veneti insediati nell'angolo nord-orientale d'Italia, a cosa ha rappresentato la Repubblica Serenissima di Venezia in età medievale, un impero marittimo, commerciale e militare della massima importanza a fronte di un'estensione territoriale modesta e di una popolazione relativamente esigua, la forza europea che riuscì a contrastare con maggiore decisione l'espansione ottomana e la pirateria saracena e barbaresca.

In epoca medievale, il Mediterraneo fu infestato dalla pirateria mussulmana, ma i corsari islamici, saraceni e barbareschi, erano più spesso di quanto non si pensi, cristiani rinnegati, ossia europei. Sempre in età medievale i Cinesi costruirono enormi giunche con le quali esplorarono il Pacifico, giungendo forse fin sulle coste occidentali dell'America, ma poi la civiltà cinese prese la decisione di rinchiudersi in se stessa, segno di una mentalità profondamente diversa da quella dell'homo europeus.

I grandi navigatori del Pacifico furono sicuramente i Polinesiani; ed è questa la cosa interessante, i Polinesiani hanno caratteri fisici diversissimi da quelli delle popolazioni più “scure” della Melanesia, della Micronesia, delle Figi, della Nuova Guinea, probabilmente discendono da quel ceppo “caucasico” ancestrale che si sarebbe diviso in due rami dei quali uno, spintosi verso occidente, avrebbe dato origine agli Indoeuropei e alle altre popolazioni di quello che, bilanciando le tesi della Eisler e della Gimbutas con quelle di Dolgopolskij e Illic-Svityc, avrei proposto di denominare “gruppo N-G” (nostratico-gilanico), l'altro, direttosi verso oriente, avrebbe generato varie popolazioni europidi del Pacifico: i Dayaki del Borneo, gli Ainu del Giappone e gli stessi Polinesiani.

Di nuovo è interessante osservare che di tutte le popolazioni che si sono affacciate dalle coste orientali dell'Asia sul Pacifico (australiani, micronesiani, Papua, figiani e via dicendo), proprio e solo i Polinesiani “europidi” siano giunti ad espandersi attraverso tutto il Pacifico fino a Rapa Nui, l'Isola di Pasqua, avvicinandosi quasi alle coste del continente americano (oggi l'Isola di Pasqua è sotto la sovranità cilena). Sempre un ambiente insulare ha costituito le roccaforti per le popolazioni europidi dell'Asia orientale che si sono sottratte all'assimilazione da parte delle genti mongoliche: il Borneo per i Dayaki, l'isola di Hokkaido, la più settentrionale del Giappone per gli Ainu.

Non parliamo poi della grande espansione marittima europea cominciata alla metà del quattrocento, che ha cambiato per sempre la storia umana ed il volto del nostro pianeta.

L'amore per il mare e la capacità di dare vita a culture imperniate sulla navigazione, sembrerebbero dunque essere un retaggio tipico dell'homo europeus, nostro in ogni senso.

Anni fa mi è capitato di fare un viaggio in Brasile. Come è noto, la nazione sudamericana grande quanto un continente, ha una popolazione piuttosto mista, dove però l'elemento di origine africana, dei discendenti degli antichi schiavi e nettamente predominante. Il Brasile ha uno sviluppo costiero vastissimo: dai confini col Venezuela a quelli con l'Argentina, dai Caraibi alla fascia temperata australe. Ci aspetteremmo quindi una diffusione delle attività marinare che invece non c'è; i brasiliani non praticano gran che la navigazione e neppure la pesca; forse nelle loro tradizioni culturali non ci sono sufficienti elementi “europei”.

Un'altra precisazione/correzione che devo fare relativamente a un mio precedente articolo, si collega direttamente a questa questione: la propensione marinara ed esplorativa, il fascino dei grandi spazi che sembra proprio essere una prerogativa dell'homo europeus. Un argomento elusivo quanto di grande interesse è, con ogni probabilità, quello dei Celti fuori Europa (stavolta abbiamo una sezione apposita della Celticpedia anche se è un po' magrolina; se andate a vedere, è composta di soli cinque articoli, di cui tre del sottoscritto). In uno di essi, I Mandan non erano celti, ho affrontato una questione controversa: c'è stata una presenza celtica nelle Americhe (ovviamente prima del 1492 e del viaggio di Colombo)? Alcuni indizi farebbero propendere in questo senso, come la presenza di tribù native americane dai tratti “bianchi”, decisamente europei, i Mandan – appunto – oggi sfortunatamente estinti. Una tale ipotesi non mi sembrava verosimile alla luce del fatto che costoro non avevano conservato alcun elemento linguistico o culturale di origine europea, cosa che sarebbe dovuta avvenire nel caso di una provenienza dall'Europa in tempi storici.

Più fondata, invece, appare l'ipotesi avanzata nel 1999 da due archeologi dello Smithsonian Institute, Dennis Stanford e Bruce Bradley, che si sono accorti che una delle più antiche culture litiche d'America, la cultura Clovis, risalente all'età glaciale, presenta notevoli affinità con l'industria litica europea più o meno dello stesso periodo nota come solutreano. L'ipotesi formulata dai due ricercatori, è che cacciatori solutreani in cerca di foche e altre prede, abbiano attraversato l'Atlantico costeggiando la banchisa glaciale che allora univa l'Europa all'America, e abbiano dato vita a una prima colonizzazione europea delle Americhe molto più antica di Colombo o dei Vichinghi.

Quando noi ci muoviamo in un ordine di eventi come questi, dobbiamo essere consapevoli che stiamo cercando di capire un passato molto remoto riguardo al quale possiamo formulare ipotesi ma difficilmente potremo avere risposte definitive, e gli elementi che abbiamo in mano si fanno sempre più elusivi via via che si procede a ritroso nel tempo. Come ha scritto in maniera insolitamente poetica Vladislav Illic-Svityc, per trovare la via che conduce alla casa degli antenati, dobbiamo non avere paura delle acque profonde; e occorre anche essere pronti a rivedere le nostre congetture.

Poco dopo la collocazione sulla Celticpedia di questo articolo, ho ricevuto un messaggio da una persona che non credo manchi di autorevolezza nel nostro ambito “celtico” (oltre a essere – ça va sans dire – un carissimo amico): Galad'r Noz, ovvero Kal, leader del clan Bibrax, che mi ha scritto:

Recenti studi di paleoparassitologia hanno dimostrato che alcune popolazioni precolombiane conservavano nel loro intestino tracce di parassiti che non sarebbero potuti sopravvivere alle rigide temperature e al tipo di alimentazione a cui i movimenti migratori attraverso lo stretto di Bering erano sottoposti. Parassiti che ancora oggi non esistono nelle popolazioni Innuit, per esempio.

Perciò, questi parassiti come ci erano arrivati nelle Americhe? Per rispondere alla questione è necessario affiancare alla tesi delle migrazioni glaciali anche la possibilità di flussi atlantici a latitudini temperate. Qualcuno attraversò loceano in epoche assolutamente insospettabili.

Chi, quando e da dove forse ce lo dirà la genetica”.

E' chiaro che se questo discorso vale per gli antenati degli Amerindi che sarebbero giunti nelle Americhe attraverso la via “classica” e generalmente ammessa dello stretto di Bering, vale anche per i cacciatori solutreani che avrebbero costeggiato la banchisa artica tra Europa e America per diventare i precursori della cultura Clovis, percorrendo una via in un ambiente non meno rigido dal punto di vista climatico.

La conclusione logica è che qualcuno deve essere giunto nelle Americhe viaggiando a latitudini ben più temperate. In altre parole, la navigazione transoceanica è forse molto più antica di quanto abbiamo finora supposto.

Più cerchiamo di capire il nostro passato, più ci rendiamo conto di quante sono le cose che in realtà non sappiamo. Gli interrogativi, invece di sfoltire, si infittiscono. Ma in fondo, è proprio questo il bello della ricerca.   

 

      


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