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Articolo pubblicato il 10/05/06
scritto da "arianna"
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 L' "Enigma di San Galgano": i risultati dell'Ultimo Convegno di Studi
Il presente articolo è stato aggiornato a cura dell'autore con l'inserimento di alcune nuove indicazioni, in data 2/7/2007. Si ringrazia il prof. Luigi Garlaschelli dell'Università di Pavia per la rilettura critica e gli utili suggerimenti.
San Galgano e la sua leggenda, gli scarsi elementi biografici certi, la presenza proprio qui di una delle due "spade nella roccia" note in Europa, una serie di strane coincidenze e collegamenti con la corte di Acquitania che proprio in quel tempo era culla del Ciclo cavalleresco del Graal, sembrano essere le vette emergenti di un fitta trama ormai sepolta dal tempo, e che rimanda oltr'alpe, nel cuore della leggenda arthuriana, ed a tempi forse ancora più remoti.
Il "mistero" di San Galgano e della "spada nella roccia" conservata nell'omonimo complesso monumentale in provincia di Siena sono stati recentemente oggetto di una serie di indagini sia sul luogo sia sui reperti, curate da numerosi esperti afferenti alle Università di Pavia, di Milano, di Padova e di Pisa.
I risultati, assieme ad un progetto di scavo archeologico elaborato dalla Soprintendenza ai Beni Archeologici della Toscana, sono stati presentati in un Convegno di Studi "La spada nella roccia - San Galgano e l'epopea eremitica di Monte Siepi" tenutosi presso l'Abbazia il 12 Settembre dl 2001.
Questo articolo è un riassunto di quanto emerso nel convegno, per "fare il punto" sui dati oggi noti e sulle domande che essi generano.
Lungi dal poter esprimere un'opinione infatti, gli studiosi hanno però tracciato alcune linee di ricerca principali, che si dipanano dai più antichi insediamenti nella zona attraverso tutta l'età medievale, e che potranno essere in futuro fruttuosamente percorse per far luce sull'importanza dell'area sacrale di San Galgano.
 
Il sito
 
Il complesso di San Galgano sorge in Val di Merse, ed è costituito da due strutture di età diversa: una è la cosiddetta Rotonda di SanGalgano o eremo di Monte Siepi, dal nome dell'altura su cui sorge, datato agli ultimi decenni del XII secolo con aggiunte posteriori, fra cui la cappella edificata attorno al 1340, addossata alla parete nord della Rotonda ed affrescata da Ambrogio Lorenzetti; l'altra è la sottostante abbazia cistercense, edificata nel XIII secolo e di cui oggi resta la suggestiva struttura perimetrale priva della copertura del tetto (fig. 1).
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fig. 1: veduta aerea dell'abbazia di S. Galgano (foto: M. Calì)
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Le indagini presentate in occasione del convegno del settembre 2001 si sono concentrate su ambedue gli edifici, dichiaratamente per metterne in luce le successive e diverse fasi di costruzione, ed indagare sulla continuità ed evoluzione nel tempo del popolamento del sito a partire dall'età antica attraverso tutto il Medioevo.
Interessante a questo proposito è la serie di confronti e collegamenti presentata da I. Rainini, archeologo e docente a contratto di Storia dell'Architettura presso il Politecnico di Milano.
 
La struttura della Rotonda
 
Rainini parte da considerazioni toponomastiche su "Montesiepi", Mons Saeptus, cioè recintato, e mette ciò in relazione con tracce di strutture murarie perimetrali a secco ancora parzialmente presenti attorno alla spianata sommitale del colle; questo farebbe pensare ad un'antica area sepolcrale o ad un luogo di culto organizzato "sul modello di un temenos con naiskos al centro". Ipotizza inoltre l'esistenza di un protoedificio di età classica, che avrebbe influenzato la successiva struttura muraria della Rotonda: in particolare cita una serie di esempi di monumenti sepolcrali romani di età augustea e giulio-claudia di forma circolare, avanzando l'ipotesi che l'alzato dell'attuale rotonda si adatti ad una base più antica, raccordandosi ad essa con un innesto a scarpa del tutto particolare.
Al di là di questa possibile derivazione, vengono proposti altri due collegamenti, che non escludono la prima ipotesi.
La forma circolare potrebbe infatti voler essere una riproposizione della forma dell'Anastasis di Gerusalemme con l'edicola del Santo Sepolcro; era infatti diffuso l'uso di costruire lungo le vie di pellegrinaggio edifici che potessero ricordare al pellegrino i luoghi della Terrasanta (edifici cioè "gerosolimomimetici"), ben noti in un'epoca caratterizzata da pellegrinaggi e crociate. Nella Rotonda di San Galgano la tradizione narra di una cavità sotterranea in cui trova rifugio il santo, e questo potrebbe essere un altro elemento congruente con l'ipotesi gerosolimomimetica (è un ambiente ipogeo sia il Santo Sepolcro, sia il cuore della Chiesa della Natività di Betlemme)
L'impianto circolare centralizzato è inoltre caratteristico delle chiese legate al culto dell'Arcangelo Michele; quasi sempre edificate su di un'altura, esse mantengono queste caratteristiche almeno dal V secolo, sino a tutto il XII; l'autore cita a questo proposito numerosi esempi, da San Michele di Fulda (820, Germania) a vari esempi in Francia e Spagna, sino al santuario del Monte Gargano in Puglia. Altri elementi ricorrenti nel culto michelita sono la presenza dell'acqua come elemento salutifero e di purificazione - e la Rotonda sorge vicino al fiume Merse - e la presenza di grotta o cavità naturale - elemento che la tradizione vuole presente anche a San Galgano e verso il quale si sono rivolte le indagini.
Da notare che proprio San Michele è strettamente legato a San Galgano, essendo nell'agiografia l'apparizione che ne determina la conversione da guerriero in asceta.
In definitiva viene delineata una direzione di indagine verso la continuità di uso del luogo a scopo sacro dall'età antica sino al Medioevo, con il mantenimento delle costanti altura-acqua-grotta quali elementi quasi archetipici del manifestarsi del sacro, e della pianta circolare come forma rappresentativa di tale dimensione.
 
L'abbazia
 
La sottostante abbazia cistercense mostra secondo Rainini dei disallineamenti di particolari strutture architettoniche, ad esempio la facciata, delle asimmetrie negli intercolumni della porzione distale e un cambio in essa verso materiali più scadenti; tutto ciò induce a pensare ad una prima fase di edificazione, più regolare e con maggiore disponibilità economica, per absidi e transetto, ed un successivo cambio delle maestranze, con lavori più affrettati e finanziamenti minori per il corpo anteriore (fig. 2).
 Significativa è la segnalazione del riutilizzo di tre frammenti di pietra con bassorilievi ellenistici, attribuiti dall'autore ad un preesistente edificio romano del primo periodo imperiale.
 
Fig. 2: veduta interna dei ruderi dell'abbazia, dal transetto verso la facciata (foto M. Calì)
 
Le indagini svolte nel 2001
 
Prospezioni con il georadar
 
Il georadar è uno strumento che permette di indagare in maniera non invasiva il sottosuolo entro pochi metri di profondità; onde radio immesse nel terreno vengono captate dallo strumento che ne legge il percorso nel sottosuolo, questo è influenzato dal tipo di materiale e dalle densità, quindi l'analisi dà un'indicazione di strutture sepolte o di eventuali cavità.
Si opera lungo profili, che poi affiancati permettono ricostruzioni tridimensionali.
Nella rotonda di San Galgano un'indagine molto dettagliata è stata condotta dall'Università di Padova nel 2001. Essa ha mostrato che la sommità del colle, in roccia, doveva essere già naturalmente pianeggiante, mentre non è riuscita a leggere se la roccia della spada è un'emergenza del substrato o un masso isolato. Il risultato più interessante è l'individuazione di un'anomalia interpretabile come "una struttura a forma di parallelepipedo" posta nel settore settentrionale a due metri di profondità "le cui dimensioni sono quelle consuete per un sarcofago" (Finzi E. et a., 2001). Quindi, a detta degli esperti, c'è qualcosa di sepolto entro la rotonda.
Gli esperti della Soprintendenza toscana, a questo proposito, ricordano che una campagna di scavi negli anni '20 del secolo scorso avrebbe mostrato "una cavità simile ad una grotta colma di detriti e calcinacci", che ricollegano alla tradizione secondo cui Galgano giunge alla rotonda percorrendo un lungo corridoio sotterraneo; la posizione non coincide con quella del "sarcofago" individuato dal georadar, ma gli archeologi ipotizzano comunque che potesse "trattarsi del dromos di accesso di una struttura antica, forse addirittura una tomba" (Pagni M., Roncaglia G., 2001).
 
La spada
 
La spada confitta nella roccia è l'elemento caratterizzante il luogo e attorno a cui ruotano tutti gli interrogativi: simulacro posteriore, falso ottocentesco, autentico miracolo? e con quali collegamenti col pressochè contemporaneo Ciclo del Graal in cui Re Arthur viene collegato ad una "spada nella roccia"?
La spada di Monte Siepi è testimoniata dal 1270 nelle immagini a sbalzo del reliquiario del santo, poi negli affreschi di Lorenzetti. Quanto emerge dal masso rimanda esattamente alla tipologia X.a di Oakeshott, diffusa fra XII e XIII secolo; sarebbe quindi (Garlaschelli L., 2001; op. cit.) una autentica spada medievale anche se cruciale diviene a questo punto la datazione precisa: contemporanea al Santo o di poco posteriore?
L. Garlaschelli, ordinario di chimica organica presso l'università di Pavia, riferisce che nei resoconti degli scavi effettuati nel 1694, si parla di una spada collocata sotto l'altare della Rotonda e che si poteva rimuovere. Analogamente testimoni oculari narrano che agli inizi del secolo scorso la spada era protetta da una grata a cupola, con uno sportello attraverso cui si poteva sfilarla dalla fessura in cui era inserita. Durante i lavori di restauro del 1924 la grata è stata rimossa, mentre la lama è stata definitivamente bloccata versando piombo fuso nella fessura. Questo intervento probabilmente ha causato la rottura della spada negli anni '60, ad opera di un "vandalo" che voleva tentare di sfilarla senza tenere conto dell'effettivo blocco. Il moncone, troncato nella parte del forte, appena sotto la guardia, fu riposizionato con del cemento. Nel Marzo del '91 un altro individuo, subito fermato dai carabinieri, spaccò parte di questo cemento per estrarre la spada, che venne poi di nuovo sistemata al suo posto. Attualmente, dopo una serie di analisi che hanno liberato anche l'estremità superiore della lama ancora infitta nella roccia, il pezzo rotto è stato riposizionato con un morsetto metallico facilmente asportabile, collocato sul retro della lama e quindi non visibile ai visitatori e che non altera ulteriormente il manufatto, come invece hanno fato gli interventi precedenti. Due scagliette accidentalmente staccate della lama cementata, all'analisi si sono rivelati ossidi di metallo, quindi non analizzabili metallograficamente, con una composizione degli elementi (determinata con ETAAS presso Dipartimento di Chimica dell'UNiversità di Pavia) in tracce che esclude un acciaio moderno, mentre è compatibile per un metallo medievale (Brizzio E. et al., 2001; op. cit.)
 
I mattoni degli edifici
 
Materiali ceramici, terrecotte, laterizi, terre di fusione, fornaci possono essere datate col metodo della Termoluminescenza. (TL). Metodo distruttivo che richiede circa dieci grammi di campione, si basa su di una proprietà dei minerali presenti negli impasti: quarzo e feldspati in particolare acumulano nei loro reticoli cristallini l'energia fornita dalle radiazioni naturali alfa, beta e gamma, in quantità proporzionale al tempo in cui sono esposti; la cottura in fornace delle argille azzera completamente il contenuto di energia accumulato durante la storia geologica del materiale. A questo punto, cotto il mattone, esso comincia da 0 ad accumulare energia, in proporzione a quella presente nell'ambiente in cui si trova (viene quindi misurata col contatore Geiger anche la radioattività naturale del luogo); in laboratorio, per riscaldamento, questa energia viene "ributtata fuori" in maniera misurabile, attraverso un'emissione luminosa (da cui il nome termo-luminescenza); si calcola quindi per quanto tempo il mattone o la ceramica sono stati esposti alle radiazioni naturali dopo la loro cottura. Il metodo permette di datare sino a 20000 anni dal presente con margini di errore entro il 10%.
Nella Rotonda sono stati campionati mattoni in varia posizione, ed analizzati presso il Laboratorio di TL di Milano Bicocca (E. Sibilia, 2001; op. cit.). Coerentemente con le fonti, i mattoni del campanile (costruito in epoca successiva) hanno dato età attorno alla prima metà del 1400 +/- 50 anni; l'avancorpo della rotonda ha dato età fra il 1130 d.C. +/- 60 e il 1175 d. C. +/- 75 (+/- indica il margine di errore del metodo; come si vede le differenze d'età dei singoli mattoni sono comprese entro il margine d'errore, che equivale a dire che grosso modo i dati sono fra loro coerenti). Curiosamente invece il muro della Rotonda vera e propria e la cupola danno età anteriori a quella dell'edificazione, cioè attorno al 985 d. C. +/- 50. Questo può indicare o che l'edificio a pianta circolare è più antico del Santo, oppure che i mattoni sono stati riciclati da un edificio più vecchio, come nota Rainini nel suo saggio.
 
La scatola di piombo con le "reliquie"
 
E' stata ritrovata nel 1924 in una cavità accanto alla spada; posta ivi forse nel 1694, recava una placca oggi dispersa con l'iscrizione: "ossa et memoriae sancti Galgani". Ispezionata nel 1892, da un resoconto risulta contenesse solo i due frammenti ossei oggi esposti nel reliquiario della Chiesa di San Michele in Chiusdino; la data dell'ispezione inizialmente era stata letta sul manoscritto come "1832", ad un esame più accurato è risultata invece 1892 (Garlaschelli L., com. pers.). All'esame attuale appare come una scatola di circa 20 cm, di fattura seicentesca, in piombo puro (L. Garlaschelli, 2001; op. cit.).
In San Michele in Chiusdino, patria di origine di San Galgano, è conservata l'unica reliquia attribuita al santo, il cranio con tracce di capelli, sul quale però a tutt'oggi non è stato possibile condurre alcuna indagine.
 
Gli arti mummificati
 
Si tratta di due mani umane a mummificazione naturale, conservate in una teca nell'attigua cappella del Lorenzetti, che un biglietto manoscritto presenta come le "mani degli uomini invidiosi" che nel 1181 tentarono di strappare la spada dalla roccia mentre Galgano era assente e vennero per questo fulminati. La datazione col C14 indica il XII secolo, sono quindi effettivamente coeve a San Galgano e non false reliquie create successivamente (L. Garlaschelli, 2001; op. cit.).
I reperti sono stati esaminati visivamente da esperti del laboratorio di Bioarcheologia ed Antropologia Forense di Padova, che ne hanno determinato l'appartenenza ad un individuo alto fra i 170 e i 177 cm, presumibilmente maschio in base alla robustezza delle ossa, alle dimensioni e alle superfici articolari; data l'altezza viene avanzata l'ipotesi di un'appartenenza a popolazioni nord-europee (A. G. Drusini, 2001; op. cit.)
A questo punto mancano i permessi per estendere l'indagine a tecniche di laboratorio (es: radiografia); sarebbe altresì interessante, sottolineano gli esperti, confrontare le mani con il cranio custodito in San Michele in Chiusdino.
 
Considerazioni e prospettive
 
I dati e i risultati delle indagini presentate nel convegno dl 2001 finiscono qui.
Successive ed in qualche modo collegate a queste sono le indagini condotte nel 2002 su altre reliquie della zona, le ossa attribuite a Guglielmo di Malavalle - che la tradizione indica come guida spirituale di San Galgano - e sparse in varie chiese della Maremma; i risultati sono stati recentemente pubblicati  a cura della Diocesi di Grosseto (2004). Esse hanno determinato che appartengono tutte al medesimo individuo, che il cranio può essere compatibile con un individuo di "provenienza francese" (F. Mallegni, Dipartimento di Archeologia, Università di Pisa), che si trattava comunque di un individuo ben nutrito nel corso di tutta la vita sino alla morte, con una dieta equilibrata fra carni, cereali e apporti ittici (F. Bartoli, Laboratorio di Paleonutrizione, Università di Pisa). Ancora da indagare sono invece i cosiddetti "resti di usbergo ad anelli, l'elmo e i ferri" conservati assieme alle ossa e attribuiti a Guglielmo. L'ipotesi avanzata recentemente è che si tratti invece "di anelli e di una sorta di corona indossati a scopo penitenziale; un grosso anello con cerniera dovrebbe essere una sorta di cilicio in ferro, e l'elmo non sarebbe affatto un elmo o sotto-elmo" (Garlaschelli L., com. pers.).
Le idee, le suggestioni, le domande sono ancora molte, come si vede.
Forse il risultato più importante del convegno del 2001 è stato proprio quello di fare il punto e delineare le strade da seguire in un futuro progetto di ricerca coerente ed interdisciplinare.
Si tratta infatti di uno dei rari casi in cui appassionati di storia locale sono riusciti, partendo dalla suggestione di antiche leggende, a far "smuovere" la scienza ufficiale per indagare su quello che poteva apparire come una buffa pseudoreliquia, e che invece si inquadra in un contesto molto più ampio: la genesi del culto di San Galgano si intreccia infatti con tradizioni più antiche e di provenienza "esterna", e affonda le radici probabilmente in un riconoscimento del sito come area sacrale già in epoche molto più antiche; molto interessante a questo proposito è l'osservazione circa la possibile presenza di un luogo di culto già in età preclassica, la cui persistenza nel tempo supererebbe quindi i due millenni.
Un'altra direzione d'indagine che apre prospettive interessanti è quella legata alla reliquia della spada, che richiama l'immagine della "spada nella roccia" presente nel ciclo di re Arthur.
A Montesiepi la leggenda vuole che la spada sia stata confitta nella roccia, in segno di rinuncia da parte del cavaliere Galgano al suo passato dissoluto, e usata poi come croce; nel mito arthuriano la spada invece è estratta dalla roccia, a simboleggiare la missione sacra del re come restauratore della giustizia. C'è quindi un capovolgimento dell'elemento base e dei suoi significati: quale valore ha questo dettaglio a livello simbolico? é un'idea che nasce nell'ambito dei monaci cistercensi di Chiusdino, o è presente precedentemente e svincolata dal mito arthuriano? sarebbe interessante a questo punto indagare a fondo sul passato più remoto dell'area, e ricostruirne destinazioni d'uso e loro variazioni attraverso il tempo. Potrebbe trattarsi infatti di una semplice convergenza di immagini con significato simbolico diverso, oppure di una deliberata scelta di contrapposizione, entro un ambiente culturale che conosce il mito di Arthur come è narrato dai trovatori di Francia.
Come accennato sopra infatti, San Galgano è collegato nella tradizione ad un altro quasi santo, Guglielmo di Malavalle, le cui reliquie sono custodite poco lontano - a Tirli e Castiglione della Pescaia - che sarebbe stato sua guida spirituale. Personaggio a sua volta misterioso, di origine francese, Guglielmo appare improvvisamente come eremita in Toscana dopo un passato di arme ed amori cavallereschi ed una partecipazione alle Crociate; questi elementi e la coerenza delle date portano addirittura ad identificarlo con Guglielmo X, padre di Eleonora d'Aquitania e trovatore raffinato, poi penitente scomparso misteriosamente nel corso di un pellegrinaggio. Alla corte d'Aquitania sono altresì legati i trovatori che sviluppano la materia cavalleresca del Ciclo del Graal. Addirittura, su questa traccia, qualcuno ipotizza che l'immagine spada-roccia nasca in realtà in Italia e si incanali subito dopo, attraverso le vie dei pellegrinaggi, verso la Francia e i trovatori delle sue corti.
Capire a questo punto dove nasca la suggestione della "spada nella roccia", chi ne sia stato l'ideatore e chi invece l'emulo diviene veramente una questione sottile di date e di testimonianze puntuali, che gira attorno ad una domanda fondamentale: Crétien de Troyes, o Robert de Boron - altro poeta francese coevo, che viene indicato come "inventore" dell'episodio della spada - quando scrivono della "spada nella roccia" estratta da re Arthur, inventano istantaneamente quest'immagine o fissano sulla carta un topos già in uso? E nella seconda ipotesi, da quanto tempo si tramandava oralmente? I testi sono di qualche decennio posteriori alla data presunta dell'episodio di San Galgano, il 1180, ma l'idea poteva essere già presente, e lo stesso Guglielmo di Aquitania/Malavalle potrebbe averla portata a Montesiepi, suggerendola ai primi cistercensi che avrebbero "costruito" reliquia e leggenda agiografica.
D'altra parte proprio in Francia, a Rocamadur, esiste un santuario in cui si trova un'altra spada degli inizi del '200 - quindi posteriore alla "nostra" - confitta nella roccia, e proprio in questo santuario si è recata in pellegrinaggio Eleonora d'Aquitania… e per finire, a 30 km da Chiusdino si trova una chiesa di Santa Maria di Rocamadore, inizialmente creduta l'unica in Italia con questo nome. In realtà le ricerche più recenti hanno individuato altre chiese italiane con la medesima denominazione (Garlaschelli L., com. pers.) 
Legami sottili che si intrecciano fra leggenda e storia, accomunando terre di Francia e di Toscana sul filo evanescente del mito… filo che, risalito, porta lontano… in effetti, prima di questi autori legati alla lirica delle corti di Francia, la spada nella roccia sembra non esistere entro l'orizzonte di re Arthur: solo l'altra spada, la mitica Excalibur che emerge dall'acqua e alla Dama del Lago ritorna, è citata, e si riesce per essa a risalire indietro, attraverso la narrazione di Guglielmo di Monthmouth, sino ai miti celtici.
Ma, sia questo tema che lega arma e acqua entro la sfera del sacro, sia quello dell'eroe che si appropria di una spada confitta profondamente in un supporto magico, sono ricorrenti nelle antiche mitologie: addirittura un eroe della mitologia sarmata, Batradz, ha a che fare con questo tipo di oggetti, e questo dato fa pensare che l'intero nucleo mitologico sia preceltico, risalendo a quell'Artorios romano di origine sarmata forse alla base del personaggio del re Arthur (Scott Littleton C., Thomas A., 1978; Scott Littleton C., 1979). Coincidenze?…oppure i poeti fissano finalmente alla fine del XII secolo un tema che girava da quasi un millennio per l'Europa? E attraverso quali canali giunge nel Medioevo sino in Toscana? O era già presente in qualche modo nelle mitologie locali, ereditato da una preesistente tradizione pagana, e sviluppato indipendentemente da quanto si andava elaborando in Francia?…
Ora si tratta di andare avanti, mantenere viva l'attenzione e reperire i fondi necessari per ulteriori sviluppi delle ricerche. Di questo si occupa attualmente l'Associazione Culturale Progetto Galgano e alcuni membri dell'Associazione Culturale Italia Medievale.
Il pdf completo degli atti del convegno, nonché i resoconti delle successive indagini, erano disponibili all'indirizzo
http://web.infinito.it/utenti/e/enigmagalgano/index.html
attualmente perduto a causa di un guasto tecnico. Informazioni e aggiornamenti sull'argomento e sulle ricerche in corso possono essere cercati rivolgendosi a
http://www.italiamedievale.org
 
Bibliografia
 
San Galgano e l'epopea eremitica di Montesiepi - Relazioni scientifiche del Convegno - Abbazia di San Galgano, 12 - 9 - 2001:
Brizzio E., Gallorini M., Giàveri G. Analisi di elementi in tracce nel campione di "Spada nella roccia" di San Galgano mediante Spettroscopia di Assorbimento Atomico Elettro-Termica (ETAAS)
Drusini A.G. Ricognizione antropologica su resti scheletrici, mummificati e combusti: strumenti e tecniche per la ricostruzione del passato. Ricognizione delle "mani degli Invidiosi"
Finzi E., Francese R., Vettore L. Prospezione georadar nell'eremo di Montesiepi
Garlaschelli L. Reliquie e reperti provenienti dalla Rotonda di Montesiepi
Garlaschelli L., Vernillo R. Indagini sulla spada di san Galgano
Pagni M., Roncaglia G. San Galgano: lo scavo archeologico come contributo scientifico alla rilettura di una suggestiva leggenda.
Rainini I. Nuovi contributi all'analisi tipologico-planimetrica del Complesso Monastico di San Galgano
Sibilia E. Analisi di termoluminescenza: datazione di reperti provenienti dalla Rotonda di Montesiepi
 
Diocesi di Grosseto (ed.), 2004. Guglielmo di Malavalle, penitente in Maremma. Editrice "il mio Amico", Roccastrada, Grosseto.
inoltre:
Oakeshott E., 1991. Records of the Medieval Sword. Boydell & Brewer ed.
Scott Littleton C., A.C.Thomas, 1978. The Sarmatian Connection: New Light on the Origin of the Arthurian and Holy Grail Legends. Journal of American Folklore 91: 513-27
Scott Littleton C., 1979. The Holy Grail, the Cauldron of Annwn, and the Nartyamonga: A Further Note on the Sarmatian Connection. Journal of American Folklore 92: 326-33.

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