CelticPedia: leggi l'articolo selezionato.
Argomento Articolo:

Articolo pubblicato il 22/05/06
scritto da "arianna"
č stato letto 9985 volte
 L'oro di Las Medulas (Spagna)
 In viaggio…
 
Rientrando dalla Galizia lungo l'itinerario Lugo-Ponferrada-Leòn, ci imbattiamo nel pomeriggio in un cartello stradale che indica un sito turistico: un nome enigmatico rispetto alle nostre carte stradali, Las Medulas, e un'indicazione - sito classificato dall'UNESCO  - che è sufficiente ad indurci ad uscire dalla superstrada per disperderci in percorsi locali nei quali non possiamo più contare sulle nostre mappe. Dopo quasi un'ora di stradine tortuose, ecco che sbuchiamo su di un'altra direttrice principalee, seppure estranea alla nostra rotta, mentre in distanza appare un paesaggio spettacolare: un altopiano con pareti verticali profondamente solcate da canaloni, e con pinnacoli, guglie e torrioni di roccia rossa che emergono dalla vegetazione (fig. 1)...mmmh… ok, si tratta di un monumento naturale, penso,  e da buon geologo mi rallegro che in mezzo a tanta arte vista nel corso del viaggio ci sia un piccolo spazio turistico dedicato alla mia disciplina… arrivati al museo che introduce al sito, la sorpresa: si tratta invece di un luogo di interesse archeologico, e dalle caratteristiche eccezionali: la più grande miniera d'oro a cielo aperto dell'impero romano!
                                                                   
 fig. 1: Il sito di Las Medulas: veduta panoramica al tramonto (foto: C. Ferliga)
 
  
Il luogo
 
Il sito di Las Medulas si trova nello stato di Castillia Y Leòn, nella Spagna Nord-occidentale; le coltivazioni minerarie si sono sviluppate nella parte nord-occidentale dei Montes Aquilianos, immediatamente a Sud di Ponferrada, a partire da una quota attorno agli 800 m s.l.m.
E' raggiungibile da Ponferrada attraverso la C-536, superando il lago di Carrucedo, e seguendo quindi le indicazioni per il villaggio di El Bierzo. Si lascia la macchina in un ampio parcheggio, in corrispondenza del Centro di Accoglienza, a cui è annesso un piccolo museo. Il percorso, segnalato da tabelle, è percorribile esclusivamente a piedi su facili sentieri in un paio di ore, ed è corredato di spettacolari punti panoramici sull'intera area. Possibilità di pernottare a prezzi umani in un albergo attiguo (il consiglio è di fermarsi a Las Medulas sino al tramonto).
 
Il popolamento preromano
 
L'area è stata popolata sin dall'antichità da popolazioni denominate genericamente dagli autori classici come "Celtiberi"; le numerose testimonianze archeologiche mostrano centri di insediamento fortificati e autonomi - "castros" - con caratteristiche architettoniche e di materiali (es. ceramiche) piuttosto omogenee sino alla costa atlantica, tanto da far proporre agli archeologi la definizione di "cultura dei castros del Nord-Ovest".
La questione delle relazioni fra questi insediamenti fortificati, l'espansione di popolazioni propriamente "celtiche", e le preesistenti culture locali, è tutt'ora dibattuta, e richiederebbe una trattazione specifica.
Qui per semplificazione registriamo il fatto che, all'arrivo della dominazione romana, esiste una popolazione locale "celtica" o celtizzata, entro la quale i Romani stessi distinguono singole popolazioni, quali i Cantabri, gli Asturi, i Gallaeci.
 
La conquista romana
 
La conquista romana di quest'area della penisola iberica è relativamente tarda, e strettamente legata alla necessità di Ottaviano di "pacificare" l'estremo occidente, ovvero consolidare e difendere i confini dell'impero.
Nel 27 a.C. il senato gli affida assieme al titolo di Augustus la cura delle provinciae non pacate, ove sono di stanza le legioni; dopo ripetuti scontri sulle mesetas con Asturi e Cantabri, attorno al 25 i Romani avanzano sino alla Gallaecia (Galizia); è di quest'epoca la creazione delle due nuove province di Lusitania (più o meno l'attuale Portogallo) e Tarraconensis, che ingloba le precedenti conquiste iberiche nonché Galizia ed Asturia.
Si tratta di province imperiali, ovvero sotto il diretto controllo dell'imperator anziché del senato, e nelle quali sono stanziate legioni, data la posizione di confine e la loro "instabilità".
Le aree minerarie aurifere presenti nella regione divengono di importanza strategica per l'impero nel momento in cui Augusto riforma il sistema monetario con l'introduzione della monetazione aurea, coniata nella zecca di Lugdunum ed usata per le spese militari; esse vengono poste sotto la diretta amministrazione dell'imperatore, attraverso un procurator che lo rappresenta e di specifici funzionari, quali il procurator metallorum e altri legati.
La regione di El Bierzo, a Sud di Ponferrada rivela subito ai nuovi conquistatori le sue potenzialità economiche legate alla presenza di sedimenti auriferi, già sfruttati dalle popolazioni locali attraverso le tradizionali attività di lavaggio e setacciatura dei depositi alluvionali sciolti. VIene quindi particolarmente curata la presenza di truppe in essa, che culmina con lo stanziamento della Legio VII Gemina nel Leòn nel 74 d. C.
L'attività di estrazione dell'oro in quest'area continua per non più di due secoli, venendo abbandonata in concomitanza con la crisi monetaria del III secolo d.C.; la coltivazione estensiva dei depositi è però sufficiente a modificare profondamente la struttura del popolamento nonché il paesaggio. Quest'ultimo infatti mostra tutt'oggi, fossilizzate, le caratteristiche geomorfologiche legate all'intensa attività di modificazione antropica a cui è stato sottoposto.
 
La geomorfologia e la geologia
 
fig. 2: ciottoli arrotondati tipicamente fluviali e una matrice sabbiosa, cementati a dare il conglomerato di Las Medulas: entro la massa di fondo sono contenute le particelle d'oro (foto: C. Ferliga)
 
Il sito di Las Medulas è un vasto altipiano, costituito da conglomerati (fig. 2), arenarie e sedimenti più fini, per uno spessore totale di alcune centinaia di metri, depostisi entro quella che nel lontano Miocene (30-7 milioni di anni fa) era una piana alluvionale, La cementazione, il sollevamento e l'erosione naturale hanno modellato questi materiali, dando luogo ad un paesaggio di ripide scarpate e valli profondamente incise.
Su queste forme si sovrappongono poi estese aree caratterizzate da dissesto idrogeologico e forme di erosione accelerata, quali creste aguzze, guglie, solchi profondi, tutti legati all'attività mineraria. Allo sbocco dei principali canaloni sono tutt'oggi visibili inoltre ampie conoidi legate a colate di fango e detriti; sul versante nord-occidentale un sistema di queste conoidi ha completamente sbarrato la valle in età romana, generando il Lago di Carrucedo, tutt'oggi presente.
 
L'oro di Las Medulas
 
I depositi auriferi sono in genere di due tipi: primari, in cui l'oro è presente come vene o masserelle entro la roccia in cui si è formato, e secondari, in cui il minerale è disperso nei sedimenti alluvionali derivati dall'erosione e dallo smantellamento di questa. Normalmente i depositi secondari sono "sciolti" - cioè non cementati - e quindi possono essere setacciati in acqua corrente per separare le particelle del metallo, più pesanti di quelle delle sabbie silicee. A Las Medulas invece l'oro si è accumulato già entro i fiumi del Miocene, e si trova quindi oggi entro i depositi alluvionali cementati che costituiscono l'altipiano.
                                                                   
fig. 3: dall'accumulo di detriti coperto ormai da vegetazione, si leva un torrione residuale di rocce rosse. La parete mostra livelli orizzontali di conglomerati e di arenarie: gli orizzonti auriferi sono localizzati in prossimità della base. (foto: C. Ferliga)
 
L'intera successione poggia su una base di rocce cristalline del Paleozoico con contenuto aurifero primario ridottissimo; segue un livello, non sempre presente e di spessore sino a 25 m costituito da conglomerati rossi, con ciottoli sino a 10 cm di diametro e intercalazioni di arenarie; questo livello è completamente sterile. Sopra esso appoggia una successione di conglomerati e arenarie, sottolineata alla base da un livello caotico con blocchi sino ad 1 m; entro questo si ha la massima concentrazione di minerale, che varia da 60 a 300 mg per metro cubo di roccia; verso l'alto la dimensione dei ciottoli diminuisce, aumentano le intercalazioni di arenarie, mentre il contenuto in oro scende a 20-100 mg/m3. La parte alta dei depositi è costituita da oltre 100 m di arenarie e siltiti con ridotte percentuali di minerale, attorno ai 10-20 mg/m3 (fig. 3).
I Romani svilupparono il modo per sfruttare non solo i prodotti dell'erosione naturale di questi conglomerati, presenti come depositi sciolti entro i fiumi della zona e relativamente poco redditizi, ma anche i depositi alluvionali più antichi e cementati, dai quali i fiumi erodono le particelle aurifere.
 
Il metodo di estrazione.
 
Las Medulas rappresenta la più estesa applicazione nota del metodo di coltivazione mineraria dell'oro descritto da Plinio il Vecchio come "ruina montium", e che comporta l'utilizzo della forza idraulica non solo per setacciare l'oro ma anche per frammentare ed asportare la roccia che lo contiene.
Lo scrittore e naturalista romano riferisce di esso con grande meraviglia: "opera vicerit Gigantum"… "ut iam minus temerarium videatur e profundo maris petere margaritas atque purpuras", ovvero: supera l'opera dei Giganti, tanto da apparire meno temerario il trarre dal mare profondo le perle o la porpora.
Tutta l'area sfruttata è attraversata infatti da grandi cunicoli discendenti e originariamente a fondo chiuso, denominati "arrugias", scavati a mano con martelli e cunei di ferro o ricorrendo all'azione di "fuoco e aceto", essi si biforcano verso il basso in condotti secondari, mentre l'imboccatura è posta alla sommità dell'altipiano; alcuni di questi cunicoli o parti di essi sono tutt'oggi raggiungibili e percorribili. All'origine la loro larghezza doveva essere attorno ai 100 - 150 cm, mentre l'altezza variava da 110 a 190 cm, con una sezione ellittica necessaria per mantenere la stabilità della volta.
Ai loro imbocchi faceva capo un'estesa rete di canalizazioni - corrugi - scavate per lo più nella nuda roccia, che convogliava l'acqua dei torrenti e di fusione delle nevi dei Montes Aquilanos per centinaia di km dapprima entro piccoli bacini artificiali sbarrati da dighe, e da qui entro canali che sfociavano direttamente nelle arrugias. Una volta scavata la galleria sino al livello da sfruttare, e portati fuori i minatori, la diga a monte veniva aperta e l'acqua precipitava rovinosamente nella cavità; la pressione sviluppata e la compressione dell'aria intrappolata al fondo del cunicolo erano tali da rompere la roccia all'intorno, sfondando la parete e trascinando il materiale detritico all'esterno (fig. 4). Nella descrizione di Plinio l'operazione appare in tutta la sua catastrofica grandiosità: "mons fractus cadit ab sese longe fragore qui concipi humana mente non possit, aeque et flatu incredibili. spectant victores ruinam natura."ovvero il monte frantumato crolla con un fragore ed uno spostamento d'aria non concepibile dalla mente umana".
                                                                  
fig. 4: lo sbocco di una galleria creata per sfondamento dalle acque incanalate nei cunicoli della miniera (foto : C.Ferliga)
 
Il crollo di più gallerie limitrofe poteva coinvolgere l'intera parete, dando luogo ad un profondo sventramento dell'intera compagine rocciosa.
Allo sbocco della galleria di crollo un sistema di canali convogliava fango, acqua e detriti prima in vasche dove erano eliminati manualmente i ciottoli più grandi, e poi a vasche - denominate agogae - con una serie di grandi setacci, dove l'oro era estratto; il materiale detritico residuo era lasciato fluire nella piana sottostante, dove dava luogo ai coni di colata tutt'oggi visibili.
L'area occupata dalle coltivazioni minerarie si estende oggi per oltre 200 ha, mentre la lunghezza totale dei canali di adduzione delle acque raggiunge i 325 km.
 
Il fenomeno fisico
 
In pratica l'energia di caduta dell'acqua veniva sfruttata per generare un'onda d'urto in grado di frammentare una roccia di per sé non molto resistente.
L'acqua poi si infiltra molto rapidamente nelle fessure formatesi, e le allarga asportando granuli e ciottoli; una volta innescata tale erosione, il fenomeno si propaga nella massa di roccia con velocità elevate, sino a che tutto l'ammasso non cede quasi istantaneamente lungo le linee di maggior infiltrazione, dando luogo a condotte circolari che si aprono all'esterno e da cui fuoriesce il getto di fango e detriti in pressione.
Il fenomeno rientra nella categoria dei dissesti idrogeologici, ed è una delle modalità attraverso cui, in seguito a piogge prolungate, ammassi di materiali poco coerenti possono essere indeboliti sino a franare generando colate di fango catastrofiche.
Nel nostro caso gli ingegneri romani lo hanno consapevolmente sfruttato, aumentandone la capacità erosiva attraverso l'utilizzo di acqua in pressione, anziché di semplice infiltrazione. Per ottenere un perfetto controllo di ciò, non solo hanno scavato opere idrauliche ciclopiche per portare l'acqua da zone ove era abbondante, ma hanno anche curato inclinazione e sezione dei canali di immissione, in modo tale da sfruttare variazioni di pendenza e restringimenti per aumentare la pressione stessa della massa d'acqua.
 
Influenze sul popolamento umano
 
Come detto all'inizio, all'epoca della conquista romana le popolazioni locali erano organizzate in nuclei fortificati autonomi con un'economia agro-pastorale sostanzialmente autarchica, ed una limitata attività di estrazione mineraria del ferro anch'esso presente nella zona, nonché delle sabbie alluvionali aurifere. Durante gli scontri con i Romani numerosi di questi centri vengono distrutti, mentre altri sono semplicemente abbandonati. La popolazione locale diviene manodopera utilizzata nella coltivazione mineraria, e quindi confluisce in nuovi insediamenti, che solo raramente mantengono l'antica forma: le mura difensive non sono infatti più necessarie, mentre la tradizionale forma rotonda delle abitazioni viene abbandonata a favore di costruzioni squadrate. Numerose evidenze mostrano che la popolazione impiegata nell'attività mineraria non era in stato di schiavitù, bensì lavoratori salariati; si calcola che le miniere, nel momento di massimo sviluppo, cioè all'epoca dell'imperatore Traiano, impiegassero come maodopera circa ottomila uomini, variamente distribuiti fra scavatori, trasportatori dei materiali estratti dai cunicoli, e addetti a lavaggio e setacciatura del detrito.
Si assiste inoltre ad una specializzazione delle attività: i centri più vicini alla miniera ospitano gli addetti allo scavo e alla setacciatura, mentre i centri più esterni producono quanto necessario al mantenimento dei minatori. In funzione della movimentazione del minerale e dell'approvvigionamento dell'area viene altresì costruita una rete stradale; le due arterie principali congiungevano il centro amministrativo di Asturia Augusta (Astorga) con Lucus Augusti (Lugo) e con Bracara Augusta (Braga) biforcandosi dopo aver attraversato l'area di Las Medulas. Da queste si dipartivano strade minori.
 
Influenze sui luoghi.
 
fig. 5: la grande parete occidentale della miniera a cielo aperto di Las Medulas (foto: C. Ferliga)
 
Nel 1996 il sito di Las Medulas è stato posto sotto la protezione dell'UNESCO come "paesaggio culturale".
Dopo l'abbandono dell'attività mineraria da parte dei Romani nel III secolo d.C., gli abitanti del luogo sono tornati infatti alla precedente economia, allontanandosi dalla zona mineraria. Essa è quindi rimasta pressochè intatta dal III secolo ad oggi, rappresentando un'eccezionale testimonianza dell'impatto antropico e del modellamento del territorio in epoche preindustriali (fig. 5).
Il metodo di erosione accelerata indotto dagli ingegneri romani è infatti ancora perfettamente leggibile nelle evidenti morfologie da dissesto; la stessa copertura vegetale mantiene tutt'oggi le caratteristiche dell'epoca romana, con la presenza di essenze non presenti in precedenza, primo fra tutti il castagno.
Basandosi sul testo di Plinio il Vecchio e su altre fonti romane, gli studiosi ricavano per l'area mineraria di Las Medulas una produttività totale compresa fra gli 800.000 e i 960.000 kg di oro in 200 anni. Considerando una percentuale media di circa 2 g di oro estratti per ogni tonnellata di detrito "lavata", viene quindi calcolato un volume totale di roccia "erosa" che va dai 100 ai 240 milioni di m3, sufficiente a giustificare il profondo sventramento dell'altipiano che tutt'oggi si osserva.
 
Bibliografia
 
AA. VV., 1995 - Astures. Pueblos y culturas en la frontera del Imperio Romano. Ed. Min. Cult. y Un. Oviedo, Madrid.
AA.VV., 1991 - I celti. Catalogo della mostra di Venezia.
Plinio il Vecchio, 23-79 d. C. - Historia Naturalis, l. XXXIII, 68-78
Sanchez-Palencia Ramos F. J. et al., 1996 - La zona arqueologica de Las Medulas.Leòn. Ed. Junta de Castilla Y Leòn.
UNESCO - World Heritage List, n. 803; disponibile sul sito internet dell'UNESCO
 
Sitografia
 

Articoli correlati:
Tema natale arboreo - MorganSilver
Il Dio Lugh - Asgard
Il Dio Belenos - Asgard
Le Marche Celtiche - forconi
I Milladoiro - Magalě