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 [Riviste e Libri]

Articolo pubblicato il 16/07/07
scritto da "Romnod"
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 I boschi della luna

Giuseppe Festa: “I boschi della luna”
Larcher editore, settembre 2006
€ 10.00

Recensione di Fabio Calabrese



Raramente per comprendere appieno un romanzo è opportuno come in questo caso conoscere qualcosa della personalità dell’autore. Senza alcuna esagerazione, si può dire che Giuseppe Festa è una persona al di fuori dell’ordinario: è prima di tutto il leader del complesso musicale tolkieniano dei Lingalad. Chi ha avuto occasione di fare il confronto a qualche convention degli appassionati del mondo del “Signore degli Anelli”, fra lo stile dei Myrddin, l’altro complesso tolkieniano “ufficiale” e forse più rinomato, ed i Lingalad, si sarà accorto facilmente che i primi sono forse più raffinati dal punto di vista tecnico, ma hanno ben poco dell’entusiasmo, della passione, del sentimento che Giuseppe Festa è riuscito ad infondere al suo gruppo.
Forse è ancora più interessante il fatto che Giuseppe Festa  a livello professionale si occupa di progettazione di percorsi di educazione ambientale, ossia di avvicinare bambini e ragazzi delle scuole elementari e delle medie ad una sensibilità ambientale, che non si può realizzare, come talvolta si è cercato di fare, con prediche astratte sull’ecologia, mentre occorre invece metterli a contatto diretto con l’ambiente naturale, farglielo toccare, farli respirare in esso perché possano amarlo; come dice lui stesso:
“Bisogna arare sentimenti, per poter seminare concetti”.
Tutti elementi che puntualmente si ritrovano nel romanzo.
Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, “I boschi della luna” non è un romanzo di heroic fantasy ma di fantascienza (anche se ho l’impressione che l’autore non si sia posto troppo il problema della distinzione fra le due cose né del genere letterario in cui esso va inserito) che in effetti si colloca in quello che da una trentina d’anni a questa parte è diventato uno dei filoni più classici del genere fantascientifico, ossia il romanzo basato su di una catastrofe ambientale e la lotta per la sopravvivenza di un pugno di superstiti.
In questo caso, la catastrofe ambientale è semplicemente un black out dell’elettricità di vaste proporzioni; ed in realtà non occorrerebbe molto altro per mettere in crisi il nostro stile di vita basato su di una dipendenza esasperata dall’elettricità (pensiamo un attimo a come ce la caveremmo senza televisori, computer, frigoriferi, scaldabagni, senza la possibilità nemmeno di accendere una lampadina quando viene sera) e dal “guscio tecnologico” che ci siamo costruiti attorno.
Sebbene, soprattutto nelle pagine iniziali dove si descrive il caos che si scatena nella città di una nazione non ben precisata dove si svolge la narrazione (che proprio per il suo carattere di apologo sfugge ad un inquadramento geografico preciso, siamo “da qualche parte in Europa”) abbia il tono cupo prevedibile in questo genere di romanzi, il “messaggio” complessivo è sorprendentemente ottimista: vi sono ancora persone capaci di ritrovare, o che non hanno perso del tutto il contatto con la natura, e di far rivivere le abilità solo apparentemente dimenticate dei nonni. La conoscenza dell’ambiente naturale e la capacità di fare le cose con le proprie mani, con onesto sudore, con la saggezza di generazioni che ci hanno preceduti in una lunghissima teoria, con la conoscenza ed il rispetto dell’ambiente naturale, e costoro possono ancora ritrovare il filo interrotto di un modo di vivere più naturale di quello cui siamo abituati ed una sapienza ancestrale.
Con molto equilibrio, però, Festa evita di cadere nell’eccesso opposto, nell’esaltazione di un primitivismo anacronistico; infatti, quando la crisi sarà superata e “tornerà la luce” si spera che gli uomini abbiano imparato la lezione, abbiano appreso si a continuare a servirsi della tecnologia, ma senza esserne dipendenti e schiavi.
“I boschi della luna” è anche un romanzo di maturazione che ci narra il diventare uomini dei due co- protagonisti, due adolescenti i cui punti di partenza, le cui storie iniziali, fino al momento del loro incontro, non potrebbero essere più diverse. Jari è un “cittadino” ma con un forte radicamento psicologico verso la campagna ed il mondo naturale, figlio di un ricercatore ecologista e di una ragazza di campagna, costretto a maturare precocemente dalla morte del padre. Ivo, al contrario, è un “campagnolo” che, lo si capisce bene, all’inizio non sogna ad occhi aperti altro che la vita urbana, passa tutto il suo tempo al computer ed immediatamente dopo il black out non fa altro che rinchiudersi in un’ostentata apatia. Fra questi due ragazzi apparentemente così diversi, antitetici, nasce un’amicizia che li farà crescere entrambi, diventare uomini in un senso che non è solo quello anagrafico. Essa e le circostanze drammatiche in cui si trovano a vivere, matureranno il loro il senso di responsabilità e la volontà di aiutare gli altri.
In questo romanzo Festa ha trasfuso tutta la sua esperienza professionale di educatore ecologista e di Osservatore della Notte, e svela un piccolo segreto: nei boschi ci si muove con maggiore sicurezza di notte che di giorno, e meglio al buio che portandosi una luce: se si ha una torcia, si riesce a vedere quel che si trova ai nostri piedi,ma tutto attorno ci sarà un muro di tenebre, invece a lume spento ci si può orientare guardando in alto, seguendo fra i rami degli alberi i sentieri delle stelle. Noi sentiamo (e siamo portati a condividere) l’amore dell’autore per l’ambiente naturale dal modo in cui sono sbozzate certe figure di animali come il possente cinghiale cui Jari ed Ivo spezzano la schiena nella loro prima caccia, il vecchio cervo signore della foresta dai grandi palchi, il vecchio lupo grigio astuto e quasi umano, colto là dove l’astuzia ferina sta quasi per tramutarsi in saggezza, od in un personaggio indimenticabile come il vecchio Kuno, una sorta di eremita che ha scelto di appartenere alla foresta piuttosto che al villaggio. E’ questi, attraverso le parole di un capo pellerossa ad esprimere quella che è anche la filosofia dell’autore:
“Noi non possediamo la freschezza dell’aria e la lucentezza dell’acqua. E’ l’uomo che appartiene alla terra e non viceversa. L’uomo non tesse la trama della vita, è semplicemente un filo di essa”.
Se però l’autore si aspettasse che una simile lezione sia compresa da tutti, ci sarebbe il rischio di far cadere la narrazione in un idilliaco stucchevole. Che le cose non stanno in questo modo, si vede bene nel capitolo nel quale una banda di saccheggiatori provenienti dalla città aggredisce la comunità per depredarla. Costoro rappresentano il lato negativo dell’uomo cittadino e dell’uomo in genere, che non è l’aver disimparato a fare le cose con le proprie mani, l’aver dimenticato quelle conoscenze e quelle tecniche che permettevano ai nostri antenati di sopravvivere senza il nostro guscio tecnologico, ma è la mancanza di rispetto per la natura, che si vede bene nell’episodio in cui i saccheggiatori, “le locuste” incendiano un bosco millenario per trovare più facilmente la strada per una miniera di sale.
Un romanzo piacevole, scritto con grande freschezza e spontaneità, sorprendentemente riuscito per essere un’opera prima, una lettura vivamente consigliabile.

 Tutored by Tarakan
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