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Argomento Articolo:
 [Celtic Humor]

Articolo pubblicato il 20/12/07
scritto da "mascia e remě"
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 Il Pitagorismo č alla base del Druidismo (Humour)

In base alle citazioni di autori classici e alle testimonianze archeologiche, possiamo ribadire una verità a lungo rimossa: IL PITAGORISMO E' ALLA BASE DEL DRUIDISMO!!! 

I punti in comune sono molti e fondamentali: durata e carattere segreto degli insegnamenti, l'abbigliamento bianco, la vita comunitaria, l'interesse per l'astronomia e per i numeri (l'uso che i Druidi facevano del cielo e delle dodici costellazioni zodiacali non era astrologico: le previsioni si riferiscono alla cadenza dei fenomeni celesti, nel migliore stile pitagorico!), immortalità dell’anima; l'arpa e i suoi tre modi : sonno, tristezza e gioia; i Druidi, come i pitagorici, tramandavano oralmente le loro conoscenze; le scuole druidiche ebbero molte rassomiglianze con quelle pitagoriche, ad esempio anche le donne potevano essere ammesse allo studio dei sacri precetti ... Un giorno Laonte, tiranno di Fliunte, chiese a Pitagora: “Chi sei?” e lui rispose: “Sono un filosofo!” e fu così che per la prima volta è stato pronunziato questo termine, che tradotto alla lettera, vorrebbe dire “amante della sapienza”. Ora, io vi chiedo: che cosa significa “druido”? L’Uomo della quercia? NO!

Finora alcuni pensavano che il druidismo avesse fortemente influenzato Pitagora, ma sappiamo oggi che cronologicamente ciò non è possibile poiché nel VI sec. a.C. in Gallia i Druidi non erano ancora comparsi, ma esistevano solo Re sacrali, come il principe Hochdorf. Ma io, quale custode delle prische virtù hyrpo-celtoquiriti, ho appena scoperto che è CERTAMENTE avvenuto il contrario, ovvero la dottrina pitagorica è stata alla base della formazione dei Druidi!!!!

CITAZIONI DEGLI AUTORI CLASSICI - Sa bene chiunque dedichi anche solo dieci minuti del suo intenso pomeriggio bardico-templar-tarantolato alla lettura di riviste di new-age che trattano anche solo a livello divulgativo dei grandi popoli indoeuropei, i celeberrimi Keltoi, (di cui io ho conoscenza diretta eheheh) che dettero i natali, ma sarebbe meglio dire le pars diurnae a Hugo Margilio Persquilio, oniromanta, inventore della metrametrica quisquenziale, fondamentale per chi vuole studiare le grandi opere pubbliche del passato (erroneamente attribuite ai Romani) come il castrum di Castel Seprio (provincia di Acerenza)  che, freudianamente, junghianamente e adlerianamente parlando, già prima di me “qualcuno” aveva avanzato timide ipotesi in questo senso: secondo papa Ippolito (III sec. a.C.), per es., il pitagorismo fu trasmesso ai Druidi da Zalmoxis, uno schiavo tracio al servizio di Pitagora:“I Celti credevano che i loro druidi fossero indovini e profeti, poiché sapevano predire certi eventi, grazie al sistema di calcolo pitagorici.” (Ippolito, Philosophumena I, XXV). Ma il banale greco e indoeuropeo lasciamoli a chi gattona e si trascina sui gomiti (eheheh), quindi in fin dei conti, come è tuttora scritto su Ippolito, Refutatio Omnium Hæresium, I, XXV: "I druidi dei Celti hanno studiato assiduamente la filosofia pitagorica, a ciò spinti da Zalmoxis, lo schiavo di origine tracia appartenente a Pitagora, il quale Zalmoxis venne in quelle contrade dopo la morte di Pitagora e fornì loro l'occasione di studiarne il sistema filosofico. E i Celti ripongono fiducia nei loro druidi come veggenti e come profeti, poiché costoro possono predire certi avvenimenti grazie al calcolo e all'aritmetica dei Pitagorici. Non tralasceremo le origini della loro dottrina..." In questo passo Ippolito non solo mette chiaramente in evidenza che i Druidi conoscessero la filosofia pitagorica, ma si esprime relativamente all'uso del calcolo aritmetico al fine di predire gli eventi naturali. A questo punto è evidente come il riflesso dell’uso dei sistemi mnemonici che rafforzano le reti neurali del cervello, necessari e direi funzionali all’affabulazione metapontino-pitagorica di ambito almeno celticdanzerino in 4/ottave echeggi da antiche voci ben conosciute, ad esempio: “I Drisidi infine, superiori per ingegno ai precedenti, unitisi, secondo l'insegnamento di Pitagora, in fraterni sodalizi, si volsero alla speculazione di problemi occulti ed elevati e, con disprezzo delle cose terrene, proclamarono l'immortalità dell'anima." Ammiano Marcellino, Storie, XV, 9, 2-8. Tornando al fulcro della quistione (non meridionale, s'intende), leggiamo l’esatta isopsefia critica sulle millenarie deviazioni letterarie interpretabili in senso combinatorio che Hippasio da Metaponto unifica sotto il titolo di “numero razionale”, ma non fatemi aggiungere nulla di più, essendo la materia gelosamente custodita dagli adepti e illuminati dediti a un regolare percorso esoterico quabbalistico:  "Presso di loro la dottrina di Pitagora conosce un successo particolare, dottrina secondo la quale l'anima umana è immortale e che dopo un numero determinato di anni ogni anima ritorna alla vita con un altro corpo..." Diodoro Siculo, Biblioteca Storica, V, 2, 8.

TESTIMONIANZE ARCHEOLOGICHE - Nella città edua di Bibracte esisteva, nel I secolo a.C. una grande vasca in pietra, di forma ellittica, colma d'acqua che serviva ai Druidi per scopi rituali. La progettazione della vasca fu eseguita con criteri astronomici per quanto riguarda la sua orientazione e con criteri geometrici basati sulle terne pitagoriche per quanto concerne la forma e le dimensioni. La planimetria suggerisce chiaramente che la forma ellittica era stata ottenuta intersecando due cerchi di raggio pari a 5 unita' ciascuno i cui centri furono posti a 8 unita' di distanza l'uno dall'altro. La cosa stupefacente e' che in questo modo la meta' dell'asse maggiore della vasca viene ad essere lunga 3 unita', la distanza tra il centro della vasca e il centro di uno dei due cerchi 4 unita' e il raggio di ciascuno dei due cerchi generatori vale 5 unita' realizzando cosi' il minimo triangolo rettangolo pitagorico. Infatti il triangolo rettangolo con cateti lunghi rispettivamente 3 unita' e 4 unita' possiede l'ipotenusa lunga esattamente 5 unita'. La scoperta di questa proprieta' dei triangoli rettangoli è dovuta alla scuola pitagorica durante il IV secolo a.C.!!! E’ la dimostrazione che i druidi Edui conoscevano la Geometria pitagorica e la Matematica necessaria per eseguire i calcoli. Questi criteri risultano essere presenti anche in numerosi altri siti sacri per i Celti e distribuiti per tutta l'Europa. 


Ma OGGI HO SCOPERTO, al di là delle interpretazioni fantasiose ed arbitrarie, usando un approccio filologicamente corretto, che i Celti vennero in contatto con la dottrina pitagorica in Magna Grecia, dove combatterono come mercenari a più riprese a partire dal IV sec. a.C.; questa ipotesi trova supporto in una serie di monete galliche ritrovate nel nord della Francia e realizzate ad imitazione di quelle in uso nelle città "pitagoriche" italiche (se riuscite ancora a trovarne, eheheh, l'ultima ce l'ho io a casa e non la mostro in pubblico, ma ci sono foto e documentazioni nelle mani di Cliòdhna O’Connor nella Biblioteca del Trinity College di Dublino, beh io non ve la posso offrire su un piatto d’oro nè sul PHIALE AUREA di Caltavuturo, ma vi metto sulla buona strada). Tutti sappiamo (e chi non lo sapesse, studi, cosa quale ogni essere umano abbia un quarto d'ora libero la domenica può fare, tra la seduta dal barbiere, la tracciatura dei cerchi nel grano e la chiusura dei draghetti in bottiglia), che a Metaponto, nel VI secolo a.C., Pitagora aprì la sua "scuola pitagorica metapontina”, frequentata dalle sorelle Esara e Bindaice, dai fratelli Ocello Lucano e Ocilo probabilmente nativi di Grumento. Avendo ritrovato delle monete simili in Lucania, mentre me ne stavo in camporella con Remì un afoso Beltane (monete che ripeto e ribadisco non vi farò vedere neanche in foto, dal momento che ci sto scrivendo su un libro, sul quale intendo intascare i diritti d’autore, ehehehe) oggi posso affermare che ...non solo I CELTI HANNO ORIGINI LUCANE, ma il pitagorismo è alla base del druidismo!

Avendo ormai troppo approfittato della vostra pazienza, non posso non terminare citando con la dovuta solennità Tancredi, l'eroe della Gerusalemme liberata, figlio d’Oddone di Bonmarchisio e di Emma d'Altavilla, che sorbendo un caffè macchiato all’idromele sotto l'ombra dell'unica quercia da vischio della vetusta chiazza di San Chirico Raparo, come un moderno neodruido disse: “ Ma C'cazz haggiu ditto fin’e mmò?”


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